FAHRENHEIT 451 - Ray Bradbury

Un romanzo di fantascienza uscito per la prima volta nel 1951, in epoca maccartista, ma i cui temi (totalitarismo, appiattimento culturale..) risultano tuttora attuali.
Ray Bradbury immagina un futuro in cui i vigili del fuoco appiccano incendi invece di spegnerli; in particolare danno fuoco alle case in cui viene denunciata la presenza di libri; fahrenheit 451 è appunto la temperatura a cui brucia la carta.
Portando alle estreme conseguenze i processi di trasformazione del XX secolo, l’autore tratteggia lo scenario di un mondo in cui la gente vive un intorpidimento intellettuale perenne che permette al potere di agire indisturbato.
Attraverso una progressiva massificazione della cultura, un livellamento ad un minimo indispensabile di conoscenza causato dal ritmo sempre più veloce della vita, le persone stesse arrivano a disinteressarsi dei libri. Il passo successivo compiuto dal potere è il divieto per chiunque di possedere testi cosicché l’uguaglianza (livellamento) possa essere totale.
Si eliminano i libri per eliminare dagli uomini i turbamenti, le preoccupazioni, tutto ciò che non sia svago, piacere. In particolare le giornate vengono massicciamente occupate da un modello di televisione cui ci stiamo preoccupantemente avvicinando: quattro pareti-schermo nel salotto di casa che ingoiano lo spettatore e gli si rivolgono direttamente chiamandolo per nome in un ipnotico turbine di immagini e parole che non lascia alcuno spazio al pensiero, alla reazione.
Questo scenario viene raccontato soprattutto dal punto di vista del protagonista, Guy Montag, un vigile del fuoco dedito a bruciare i proibitissimi libri che, nel breve spazio del romanzo, prende coscienza del mondo distorto in cui vive e sente che qualcosa in lui è cambiato.
Fahrenheit 451, già adattato per il grande schermo da Francois Truffaut nel 1966, la prossima primavera arriverà anche in teatro, partendo dalla sceneggiatura teatrale scritta dallo stesso Ray Bradbury, con la regia di Luca Ronconi.
novembre 2006
IL CINEMA SECONDO HITCHCOCK - Francois Truffaut
A chi interessano i trucchi del mestiere ma soprattutto le idee e il modo di lavorare di un grande maestro del cinema. Un dialogo lunghissimo e ricco di dettagli tra due registi di epoche diverse che ragionano sui meccanismi del cinema. Scopriamo così Hitchcock come un regista convinto che in un film la storia debba essere raccontata dalle azioni e costruita con le immagini, facendo diventare il dialogo soltanto un rumore tra gli altri. Quest’intervista ci permette di entrare nei meccanismi della suspence e capire come si progetta un film prevedendo e pianificando le reazioni del pubblico. Hitchcock si presenta come un vero maestro dunque, nel senso di un regista con una padronanza assoluta del mezzo cinematografico che usa per suscitare emozioni in chi guarda i suoi film.
settembre 2006
IL PIANO INFINITO - Isabel Allende

Questo libro è il racconto intenso di una vita in particolare e di tutti i luoghi e le vicende che le girano attorno. Inizia parlando di una strana famiglia ma dopo poco si capisce che la storia si concentra su di un ragazzo, Gregory. La sua infanzia, verso la fine della seconda guerra mondiale, è un periodo molto felice che passa vagabondando con la famiglia a bordo di un camion sgangherato.
Suo padre, Charles Reeves è un predicatore carismatico che sostiene di aver avuto una rivelazione mistica e si impegna dunque a divulgare le verità del Piano infinito. Sua madre, appassionata di musica lirica, è un essere etereo, così riservata che tende a staccarsi dagli impegni materiali per esistere in una dimensione tutta sua. Con loro, Olga, un’improvvisata indovina/maga/guaritrice con i soli poteri della fantasia e dell’intuizione e la piccola Judy, sorella di Gregory.
Quando il padre di Gregory si ammala, la famiglia è costretta ad interrompere la sua vita raminga per stabilirsi a Los Angeles, nella zona degli immigrati messicani. Qui cominciano i problemi per i due piccoli Reeves che devono abituarsi alla vita sedentaria in una città e alla discriminazione degli altri ragazzi per la loro diversità. Il libro segue poi tutte le fasi della vita di Gregory: la morte del padre, le irrequietezze dell’adolescenza, l’università, la guerra, i matrimoni sbagliati…
Insomma, una storia che appassiona e in cui si va avanti a leggere sperando in una via d’uscita per questa tormentata vicenda umana perché presto ci si riconosce nella ricerca di un individuo della propria strada nella vita.
SENZA SANGUE - Alessandro Baricco
Senza bisogno di riassunti o trame di questo libro basta dire che è molto breve, da leggere in un boccone, tutto in una volta, eppure è denso di storie, orrore, sangue, violenza, guerra, vendetta. Ma tutta la violenza e il dolore subito è una ferita che si ricuce attraverso una sorta di tenerezza, non proprio amore. È come se alla fine ogni cosa trovasse la sua motivazione, la sua compiutezza, in una sorta di circolarità e di equilibrio che spesso c’è nei libri di questo autore.
DODICI RACCONTI RAMINGHI - Gabriel Garcia Marquez
Innanzitutto di questo libro è curiosa la prefazione, in cui l’autore spiega il lungo travaglio subito da questi racconti per arrivare alla forma definitiva (e di qui il “raminghi”). E poi ci si trova di fronte ad una serie di racconti surreali, spiazzanti, paradossali. Alcuni di essi sono al limite dell’inquietante, da film dell’orrore, o incubo kafkiano come in “Sono venuta solo per telefonare” o “La traccia del tuo sangue sulla neve”. In queste storie la realtà imprigiona i protagonisti, le assurde vicende della vita si prendono gioco di loro lasciando con una profonda sensazione di impotenza nei confronti della vita. Insomma, consigliato se si è alla ricerca di qualcosa di insolito e surreale.
INGANNEVOLE E’ IL CUORE PIU’ DI OGNI COSA - J.T. Leroy
Questo libro è un viaggio da salmoni. E’ come risalire la corrente di un fiume.
Partendo dall’ultimo anello della catena, su su fino alle origini di una visione distorta della vita, del peccato, del bene e del male, tornando infine, per chiudere il cerchio, a ciò da cui si era partiti: il protagonista. Jeremiah è un bambino di soli quattro anni che scopre di essere stato adottato quando la madre naturale, Sarah, divenuta diciottenne, torna a riprenderselo perché, dice, è
suo. Comincia così per lui una vita randagia, fra uomini violenti (i partner della madre), furti nei supermercati, “carbone avvelenato”, fabbriche di “cristallo”, stazioni di servizio ed esperienze troppo precoci per un bambino di quell’età.
Nel frattempo Sarah, carattere ostinato e ribelle sottoposto dalla famiglia, rigidamente ortodossa, ad un’educazione fatta di punizioni corporali tremende anche psicologicamente, per ciò che è considerato peccato, sembra rifarsi sul figlio di ciò che ha subito.
Gli dice infatti che appena nato urlava tanto da sembrare indemoniato, lo convince di essere posseduto dal peccato, di avere una natura cattiva; per questo nessuno lo vuole, anzi lo cercano, vogliono arrestarlo e per questo Sarah gli fa cambiare nome, lo porta lontano minacciandolo però continuamente di consegnarlo se accenna a comportarsi come lei non vuole. Per Jeremiah quindi la madre resta l’unico riferimento, seppure discutibile; restare aggrappato a lei è l’unica via di salvezza, mentre verso se stesso sviluppa un sentimento pericoloso: si sente addosso il male, rifiuta la sua identità, ancora vaga, detesta la sua natura fino ad arrivare ad identificarsi con Sarah, voler essere lei.
Desidera essere punito per sentirsi pulito dopo. Brama l’unico contatto umano che abbia mai conosciuto: quello fatto di violenza e dolore (confondendolo col piacere), sperimentato nel periodo trascorso nella casa dei nonni attraverso gli stessi metodi usati tempo prima per sua madre.
Tutto, o quasi tutto, si spiega andando a indagare nella vita dell’autore: J.T. Leroy, 23 anni, nuovo fenomeno della letteratura americana, ha cominciato a scrivere su consiglio del suo psicoterapeuta, per superare il trauma di un’infanzia e adolescenza vissute dentro una roulotte in un parcheggio, al seguito della madre, prostituta nelle stazioni di servizio frequentate da camionisti, svolgendo la sua stessa attività con contorno di droghe e alcool. Romanzo fortemente autobiografico, dunque, seppure con vicende inventate, che segue il modello del suo primo lavoro “Sarah” (vero nome della madre), caratterizzato da una narrazione che procede a salti, che parte constatando la fine di un episodio e poi a lampi, come tanti flashback, ne racconta l’inizio finchè i fili della vicenda si riannodano.
Il lettore è spaesato, confuso e allo stesso tempo viene condotto per mano, legge qualcosa che a volte lo disgusta anche, ma da cui non riesce a staccarsi. C’è un bisogno di continuare il viaggio, di arrivare alla sorgente, di capire, guardando i fatti con gli occhi ingenui di questo bambino, passando attraverso una scrittura cruda, a tratti visionaria, sempre comunque forte. Come un pugno nello stomaco insomma, ma con una sensazione di dolcezza nella pietà e comprensione, mista alla rabbia, che si finisce per provare per quella creatura innocente devastata da qualcosa di più grande di lui.
marzo 2003
OCEANO MARE - Alessandro Baricco
Ogni libro è un viaggio e questo è particolarmente dolce.
Oceano mare è un viaggio dentro se stessi, nella propria spiritualità; esso contiene infatti un insieme di spunti e riflessioni che stimolano a guardarsi dentro.
Tutto questo partendo da una profonda meraviglia ed ammirazione per qualcosa che solitamente ci sembra banale e scontato: il mare. Non si tratta solamente di guardarlo con spirito romantico considerandolo come fonte d’ispirazione.
Qui esso sembra prendere corpo, avere vita propria; si configura come entità a sé stante che interagisce con la vita degli uomini risultando determinante per le loro esistenze. Ogni personaggio del libro infatti sperimenta il suo incontro con l’oceano mare e ne viene segnato, trattiene in sé l’impronta di ciò che il mare gli ha urlato dentro.
Per ognuno egli è qualcosa di diverso: una cura per la piccola Elisewin, la bambina spaventata dalla vita e per Madame Deverià, malata d’adulterio; un oggetto di studio e d’indagine per il professor Bartleboom, occupato a definire i limiti degli elementi della natura e il pittore Plasson che vuole farne un ritratto ma non ne trova gli occhi, il punto da cui poter cominciare; una rivelazione attraverso l’orrore e l’esperienza estrema per Thomas Adams e il dottor Savigny, protagonisti della parte centrale del libro.
Tutti personaggi, questi e gli altri, fuori del comune (forse qualcuno direbbe “svitati”), sorprendenti, sospesi in un’atmosfera eterea in un luogo, la locanda Almayer, sulla riva del mare che
“..non è più terra, non è ancora mare. Non è vita falsa, non è vita vera. E’ tempo. Tempo che passa. E basta”. Le coordinate di tempo e di spazio in cui si svolgono le vicende, infatti, non sono precisate né attinenti alla realtà; ci si immagina soltanto un mare nordico, una spiaggia vuota spazzata da un vento freddo, niente più. La sensazione che si ha per tutto il libro è proprio quella di stare sospesi in un’altra dimensione, di incontrare un universo di poesia che si muove al di sopra della realtà che danzando ti affascina che sussurra ed accarezza l’anima tranne per la parte centrale, il cui stile crudo stride col resto del libro. Se all’inizio la trama si presenta un po’ oscura e i legami tra le vicende dei vari personaggi sfuggono, alla fine tutti i fili si riannodano, ogni esperienza trova la sua conclusione, quando in modo tragico, quando ironico, quando sereno ma per tutti c’è un ritorno dopo l’incontro con l’infinito. Ecco perché la lettura di questo libro richiede perseveranza e la disposizione a lasciarsi trascinare dal ritmo della narrazione e dallo stile dell’autore, senza lasciarsi scoraggiare dalla prima sensazione di smarrimento.