JOHNNY MENMONIC
Tratto dall’omonimo racconto di William Gibson del 1981 e adattato per lo schermo dallo stesso autore, questo film, pur essendo datato 1995, possiede una ricchezza visiva che non è invecchiata di un giorno. Per quanto lo sviluppo narrativo sia schematico e riconducibile ad altri film del genere, le animazioni e gli effetti grafici, soprattutto nella sequenza della navigazione nel cyberspazio, resta potente e ricca di suggestioni. Inoltre la rappresentazione di questo mondo iper-tecnologico e per molti aspetti fatiscente è costruita con cura e senso di composizione dell’immagine. Un gusto che ricorda, soprattutto nelle scene finali all’interno del
paradiso, un videowall da installazione di Nam June Paik. Le vicende si svolgono nel 2021 in un mondo diviso tra multinazionali che possiedono il potere economico e gruppi di resistenza, perlopiù hackers, che li combattono. Il protagonista si trova a trasportare delle preziosissime informazioni per le quali sono in molti a volere la sua testa e non in senso metaforico.
Infatti Johnny è un corriere di informazioni; ha cioè un impianto di memoria al silicio installato nel cervello che gli permette di guadagnare grandi quantità di denaro contrabbandando dati. Questa contaminazione tecnologica del corpo umano, insieme alla rappresentazione delle reti informatiche, è una delle caratteristiche ricorrenti del genere letterario del racconto da cui è tratto il film: il cyberpunk.
Un particolare tipo di fantascienza nata a metà degli anni Ottanta proprio dalle opere di Gibson e da quelle di Bruce Sterling. Le atmosfere visive del film sono quelle della migliore fantascienza: come in
Blade Runner lo sfondo delle vicende è sempre notturno e i protagonisti si muovono in città degradate, col fumo che sale dalla strada, l’asfalto brillante di umidità e una luce dai riflessi blu.
febbraio 2008
L'ARTE DEL SOGNO - Michel Gondry
Stephane torna a vivere in Francia con la madre dopo la morte del padre, con cui viveva in Messico.
Lei gli trova un lavoro con colleghi stravaganti e che non soddisfa le sue aspettative e il suo spirito creativo. Stephane si innamora della sua vicina di casa e tutto il film svolge questo suo tentativo di dirle ciò che prova, in una continua confusione tra realtà e sogno che ha caratterizzato Stephane fin da bambino.
Nonostante la trama non sia particolarmente strutturata e gli sviluppi delle vicende possano sembrare sconclusionati, il film non annoia e non perde in ritmo. La sua grande dote è proprio quella di riuscire a far sposare perfettamente i due registri di realtà e sogno fino a creare un unico impasto di scene reali e animazioni in stop-motion. Un mondo vero fatto di palazzi, oggetti e mobili si fonde con uno ancora più concreto ma dove la città è fatta di cartone, l’acqua che esce dal rubinetto di carte di caramelle e le nuvole di cotone.
Il passaggio tra le due dimensioni è continuo e produce a volte accostamenti e situazioni stranianti all’interno del registro reale, come quando Stephane si sveglia coi piedi dentro il freezer.
Immagini che fanno pensare ai quadri surrealisti mentre le scene astratte dei titoli di testa richiamano un dripping con secchi di vernice alla Pollock e gli oggetti morbidi, di legno e feltro, quelli di Oldenburg. Un’altra strategia per portarci nella dimensione del sogno è la deformazione della realtà. Vediamo allora Stephane a fare il lavoro che odia, cioè incollare minuscoli pezzi di carta, con delle mani enormi in un ufficio dalle proporzioni irreali. La magia di questo impasto di sogno e realtà riesce perfettamente perché tutte queste tecniche, idee e invenzioni visive non sono fine a se stesse, semplicemente accostate l’una all’altra, ma sono la sostanza stessa di una storia in cui ci si perde volentieri.
febbraio 2008
SIGNORINA EFFE

Raccontare una storia non è facile. Raccontarne due, usando due registri differenti lo è ancora meno. In questo film si cerca di raccontare le proteste degli operai della Fiat nel 1980 di fronte all’annuncio di moltissimi licenziamenti. Su questo sfondo viene inserita una “storia d’amore” che dovrebbe rispecchiare la contrapposizione delle parti coinvolte nella protesta. Gli operai da una parte e i dirigenti dall’altro, con il tramite di una ragazza che stravolge la sua vita e quello che gli altri si aspettano da lei. Tutto questo nel film non riesce a trovare una conciliazione. L’aspetto documentaristico affrontato usando filmati d’epoca resta slegato dalla storia dei protagonisti, anche come sapore visivo. Per non parlare della “storia d’amore” che non può essere citata senza l’uso delle virgolette perché dell’amore non ha nulla. Del tutto incoerente, senza nesso logico tra un avvenimento e l’altro, non riesce a farci capire nemmeno un briciolo della personalità di questa signorina effe. Più riuscito il personaggio interpretato da Filippo Timi, per quanto stritolato dai dialoghi e dall’incoerenza della storia.
gennaio 2008
CARAMEL
Un film caldo, a partire dal colore ambrato della pelle delle sei donne di cui si raccontano le storie, al tono generale della luce che entra violenta in ambienti scuri segnando forti contrasti, al richiamo ai sensi, alla materialità e al corpo. Storie di donne stupende, ma profondamente vere, delle quali emerge la femminilità in innumerevoli aspetti, seguite da uno sguardo cinematografico che, nelle riprese con la camera a mano, sembra respirare con loro.
gennaio 2008
ROCCO E I SUOI FRATELLI - Luchino Visconti
Questo film, datato 1960, racconta le vicende della famiglia Parondi, composta di una madre vedova con cinque figli che, dalla Lucania, emigra a Milano, dopo la morte del padre, seguendo il destino del figlio maggiore che già vi abita e sta per sposarsi. La famiglia piomba senza preavviso proprio in mezzo alla sua festa di fidanzamento e già qui il contrasto con il nuovo ambiente risulta evidente. Inoltre si vede subito come il legame e i doveri verso la famiglia debbano venire prima di tutto.
Una volta stabilitisi nella città, ognuno cercherà di trovare la sua strada, pensando sempre al bene della famiglia intera e alla madre che è piena di speranze e di ambizioni, forse troppo grandi, per i suoi figli.
Un aspetto forte del film è proprio questo: l’idea di una famiglia compatta, quasi un clan, di questi figli maschi che si stringono attorno alla madre vedova che è tenera e severa, guida della famiglia ma di cui i figli sono allo stesso tempo tenuti a prendersi cura.
Questo aspetto realistico a cui Visconti torna, anni dopo la fine della stagione del Neorealismo, raccontando le difficoltà economiche e di ambientazione di questa famiglia nella grande città del nord, si accompagna all’aspetto melodrammatico.
Infatti all’interno della famiglia esploderanno emozioni forti, si affronteranno i temi dell’amore, della morte e del destino dell’uomo. Le vicende di questi fratelli assumeranno quindi un carattere quasi epico diventando riflessioni esemplari sulle vicende degli uomini, proprio in quanto le passioni e i caratteri si mostrano estremi.
Il film è suddiviso in capitoli dedicati ad ognuno dei cinque fratelli, tra cui due sono quelli attorno ai quali si sviluppa maggiormente l’intreccio drammatico: Rocco e Simone. Entrambi entrano nel mondo della boxe: Simone per primo, senza riuscire ad ottenere grande successo e facendosi traviare subito dal denaro e dall’idea di condurre una vita di piacere; Rocco, più che altro con il compito di tenere d’occhio il fratello.

Sarà la presenza di Nadia, una ragazza di strada che ha una relazione con Simone che poi tronca, a far degenerare il rapporto tra i due.
Infatti Rocco incontra Nadia dopo che è stata in prigione e i due si innamorano; con lui, Nadia sente di poter iniziare una nuova vita ed essere una persona migliore.
È in questa parte del film, oltre che nel violento epilogo, che Nadia sembra svelare veramente se stessa a differenza del resto della storia in cui, anche a causa del tipo di vita che conduce, si nasconde quasi sempre dietro una maschera di cinismo.
La polarità tra i due fratelli raggiunge il punto estremo quando Simone violenta Nadia di fronte al fratello e Rocco, che già in precedenza si era adoperato per proteggere in tutti i modi il fratello in ogni sua cattiva azione, di fronte a questo atto di crudeltà e totale degrado reagisce giustificandolo e sacrificandogli il suo amore per Nadia.
Rocco arriva addirittura a prendersi la colpa di ciò che è accaduto e spinge Nadia a tornare dal fratello, per aiutarlo, perché crede che abbia bisogno di lei e che i suoi gesti siano il frutto della sua disperazione.
La ragazza torna da Simone e mettendo in pratica l’idea di Rocco di perdono in ogni caso e protezione incondizionata verso il fratello, dimostra come questo è esattamente il modo giusto per agevolare la caduta sempre più in basso di Simone.
Il culmine della vicenda dei due fratelli, che vediamo in una sequenza di montaggio alternato che esemplifica come i loro due destini siano intimamente legati, è terribile per entrambi. Per Simone arriva all’omicidio di Nadia, e quindi a toccare il fondo di una trasformazione verso il male e di una perdita di umanità, mentre per Rocco è la vittoria sul ring che segna l’inizio di una vita che non è quello che desidera e a cui si è votato solo per salvare il fratello.

Una vita, quella dei combattimenti, in cui Rocco sente uscire una parte di rabbia e di odio che ha dentro di lui e che lo spaventa.
Ma forse è proprio quella parte che lo rende più umano, che equilibra la sua personalità che il fratello Ciro definisce di “santo”.
Forse accettare dentro di sé la presenza di questa parte oscura lo renderebbe capace di capire come la bontà estrema e il perdono in ogni caso non fanno sempre bene a chi li riceve, come in ogni persona sono sempre presenti più sfumature e dunque è possibile che nel fratello Simone ci sia un lato di vera cattiveria accanto alla bontà che lui un tempo conosceva ed amava.
Questa posizione di equilibrio, che chi guarda il film sente infine necessario ristabilire, viene espressa da Ciro, esempio di buon senso, alla fine della storia.
Lui, che per il resto della storia ha avuto un ruolo minore, rappresenta colui che sembra aver trovato una sua dimensione nella grande città, assieme al fratello Vincenzo mentre il piccolo Luca è la speranza per il futuro.
Nella figura di Rocco, dell’uomo buono fino all’inverosimile, si trova una delle tante parentele letterarie del film, quella con
L’idiota di Dostoevskij.
dicembre 2007
THE GOOD SHEPHERD
Spionaggio e controspionaggio in questo film con un Matt Damon che recita per tutto il tempo con degli occhiali che gli rendono il viso duro, squadrato e a tratti poco espressivo. Un film decisamente troppo lungo che non riesce a mantenere alta l’attenzione dello spettatore anche perché complica la storia con un continuo e indiscriminato uso di flashback. Si va avanti e indietro nel tempo, continuamente, facendo troppo affidamento sul testo che indica dove ci troviamo e in che anno…all’inizio ci si sforza di farci attenzione per capire i complicati intrecci che si vanno svolgendo ma dopo un po’ l’impresa diventa veramente troppo ardua.
maggio 2007
DIARIO DI UNO SCANDALO
Una giovane e attraente insegnante che allaccia una relazione clandestina con un alunno quindicenne, scoperte da una collega più anziana con la mania di annotare tutta la sua vita su diari segreti. Un film che si distingue per la bravura delle due protagoniste femminili (Cate Blanchett e Judi Dench) che intrecciano trame segrete e alimentano rapporti morbosi dietro delle vite apparentemente normali e tranquille.
Notevole la colonna sonora firmata Philip Glass; potente e intensa, in certe scene alimenta la tensione fino a dei livelli quasi insopportabili.
marzo 2007
LA CENA PER FARLI CONOSCERE
Una commedia sentimentale (come specificato nel sottotitolo) che scivola via tranquilla, fa sorridere in più di un’occasione ma non in modo sguaiato e piano piano aggiunge un pochino di spessore al tono generale presentando le vita privata delle tre sorelle. Peccato però che dopo un’ora e mezza passata così piacevolmente il finale incupisce un po’ il tono e l’umore…ma il mio parere non vale molto perché io preferisco sempre i film a lieto fine.
febbraio 2007
A HISTORY OF VIOLENCE
Come dice il titolo, una storia di violenza, che indugia sugli spappolamenti e le pozze di sangue che si vedono qua e là nel corso del film. Una violenza che irrompe all’interno di una vita assolutamente normale, sconvolgendola e rivelando una personalità sepolta da tempo. A parte la bravura dei due protagonisti questo film non riesce a coinvolgere ma lascia totalmente distaccati e in alcuni momenti viene da chiedersi come una storia a tratti così inconsistente, possa evolversi e portare avanti la narrazione.
febbraio 2007
LA GUERRA DEI FIORI ROSSI
Siamo in Cina, negli anni ’50 e un bimbo viene affidato dal padre a un asilo gestito da educatrici che impongono strette regole. All’inizio è timido, poi fa amicizia con qualcuno e alla fine diventa prepotente e si isola ribellandosi ai metodi repressiva della maestra vista come un mostro.
Un film senza una trama nel vero senso della parola, che si sviluppa tra gesti quotidiani e episodi di vita collettiva (il pranzo, i giochi all’aperto…) tutte situazioni in cui i bimbi devono seguire regole precise soprattutto se vogliono conquistarsi gli ambiti fiori rossi. Le immagini sono curate, alcune sequenze spiccano per la loro composizione; il bimbo protagonista spicca per la sua espressività, dolcezza e impertinenza, quando serve. Il finale lascia un po’ in sospeso e il doppiaggio, trattandosi in gran parte di bambini, risulta una forzatura ancor più che in qualunque altro film.
gennaio 2007
LA RICERCA DELLA FELICITA'
Questo film racconta di un uomo che affronta e supera con determinazione un enorme numero di difficoltà che sembrano non finire mai. La storia procede con ritmo misurato ma costante, senza cali, senza che per il protagonista ci sia mai un attimo di respiro. Will Smith interpreta egregiamente rabbia, determinazione e infinito amore per suo figlio, un bimbo che non smette mai di avere fiducia in lui e gli dà le motivazioni necessarie ad andare avanti. Dunque nel complesso un film in cui quello che spicca non è la regia, ordinaria e senza spunti eccezionali, ma l’interpretazione del protagonista su cui tutto il film si basa.
gennaio 2007
IL GRANDE CAPO
Sì, si tratta di una commedia come dicono il trailer e la locandina…
infatti il film è divertente, ma ci vuole un po’ per capire di che cosa si tratta.
Soprattutto ci vuole un pò per superare lo spaesamento di un regista che si fa vedere riflesso in un vetro proprio nella prima inquadratura e che parla in prima persona facendo la voce narrante che introduce i brani della storia.
E un attimo anche per familiarizzare con un montaggio che si mostra evidente in stacchi che sono tutto tranne che trasparenti, inquadrature non centrate sui personaggi e luci che cambiano più volte nella stessa scena.
Una volta superato l’impatto con questo stile non convenzionale, il film risulta divertente ed entra anche profondamente a descrivere la dinamica di un ambiente di lavoro in cui i dipendenti sembrano tutti un po’ fuori di testa e
il loro presunto grande capo in realtà è un attore.
gennaio 2007
GIU' PER IL TUBO
Un cartone animato divertente, molto ben realizzato tecnicamente e con tantissime gag spassose (quando parte una musica che sembra di sottofondo in realtà sono le lumachine che cantano; c’è poi la piccola Londra sotterranea con i classici turisti americani, il rospo che era l’animale di compagnia del principe Carlo bambino e ha una collezione di ricordini english, ecc…). Peccato forse che la storia soffra un pochino e che il risultato finale non arriva al livello del cartone precedente che poteva contare su due personaggi già noti, caratterizzati e simpatici come Wallace and Gromit.
gennaio 2007
GOOD NIGHT AND GOOD LUCK
La prima parola che mi viene in mente per descrivere questo film è “fumoso”. Nel senso che i protagonisti non smettono un attimo di fumare, nemmeno quando vanno in onda e perfino lo sponsor del programma
See it now è una marca di sigarette. Dunque un film in bianco e nero che si svolge quasi tutto in interni, in questi uffici e studi televisivi densi di fumo in cui il regista Clooney gioca con lo sfocato passando da un piano di profondità all’altro e dedica una gran cura alla costruzione delle immagini.
Il regista sceglie uno stile visivo elegante e stilizzato per raccontare una storia di giornalismo impegnato che si svolge negli anni ’50. Il film si basa sulla vera storia di Edward Murrow che, attraverso il suo programma sulla CBS, si oppose al maccartismo, un’epoca di controlli, inchieste e processi contro chiunque fosse sospettato di essere comunista. Tra i tanti, la commissione per le attività anti-americane prese di mira anche Charlie Chaplin, praticamente costretto all’esilio dagli U.S.A., il quale ripropose poi questa sua vicenda nel film
Un re a New York.
ottobre 2006
SCOOP
Dopo
Match Point, un film abbastanza noioso e con risvolti e un finale inquietante, avevo un po’ perso fiducia in Woody Allen.
Invece ho apprezzato questa commedia in cui è tornato a recitare e a fare un contrappunto comico continuo, lungo tutto il film, col suo humor sottile e unico, all’intrigo che nel frattempo si sviluppa.
Un intrigo in cui si trova coinvolta assieme a lui una aspirante giornalista un po’ imbranata ma molto sexy come Scarlett Johansson che si innamora dell’affascinante sospettato, Hugh Jackman. Insomma, una commedia piacevole, con un discreto intreccio e ritmo, seguito da uno stile di regia abbastanza scarno, essenziale, che usa pochi primi piani. Molto bello lo sfondo inglese su cui si svolgono le vicende, sia la campagna che gli angoli di Londra scelti da un Woody Allen affascinato nei suoi ultimi tre film dall’ambientazione della vecchia Europa.
ottobre 2006
SLEVIN - PATTO CRIMINALE
Di solito scelgo con cura i film da vedere al cinema e in questo caso sembravano esserci tutte le migliori premesse: un cast ricco di attori bravi e famosi, un intreccio come si deve e un bel ritmo da thriller. L’inizio del film sembra non tradire queste premesse con un antefatto fulminante e sanguinolento di cui si capiranno le circostanze solo alla fine. Infatti alla fine tutto viene spiegato e queste due parti del film sono le uniche che si apprezzano veramente. Per il resto tutta la parte centrale del film arranca senza un minimo di ritmo, con dei momenti di caduta di tensione e vuoto, anche sonoro, al limite dell’imbarazzante. Si avanza tra una serie di equivoci in cui Josh Hartnett si muove cercando di essere simpatico, ma senza successo. Peccato che una trama potenzialmente interessante e ricca di spunti sia stata svolta in maniera tanto noiosa mancando l’obbiettivo di un film alla
Ocean’s eleven dove l’azione non conosce pause, niente e ciò che sembra e tutto si spiega nel finale.
settembre 2006
IL CASTELLO ERRANTE DI HOWL
Immersi in uno spazio e un tempo indefiniti, dove costumi del passato, da Europa di fine Ottocento, si mescolano a macchine volanti di un tempo mai esistito. Catapultati in un mondo dominato dalla magia, dove le streghe ti piombano in casa senza preavviso lanciando maledizioni. Ecco come ci si sente di fronte a questo film. Un lungometraggio in cui la fantasia si dispiega, sorprende, lascia senza parole, crea un universo visivo ricco e colorato; forse meno raffinato, visivamente, del precedente
La città incantata ma comunque potente.
Le scene “drammatiche” della guerra, di un inferno di fuoco, vengono bilanciate da qualche spunto che fa sorridere, ogni tanto. Il finale non delude le aspettative e premia le lunghe peripezie le cui dinamiche non sempre sono chiarissime.
settembre 2005
LA BESTIA NEL CUORE
Film drammatico, da affrontare con cognizione di causa. Insomma, un film intenso la cui visione è più impegnativa di un qualunque
Madagascar. Il ritmo di un film come questo, in cui la protagonista scava dentro di sé e scopre un passato sepolto riemerso attraverso un sogno, non può che essere cauto, lento. Ciononostante trova un suo equilibrio e vi si mantiene evitando cadute di tensione e dunque momenti di noia come a volte può accadere.
Sicuramente molto espressiva Giovanna Mezzogiorno, protagonista del film che del resto proprio per questo ruolo è stata premiata alla mostra del cinema di Venezia 2005.
settembre 2005
LA FABBRICA DI CIOCCOLATO
Un titolo che è un’attrazione irresistibile per i più golosi come me, si rivela una favola bella e colorata.
Molto divertenti i numeri musicali degli Oompa Loompa, degli omini tutti cloni di se stessi con indosso delle tutine lucide e aderenti alla Britney Spears.
Spassosi anche i quattro bambini terribili e viziatissimi (tutti casi limite) specchio dei loro genitori ambiziosi.
Questi elementi, assieme al ricco e coloratissimo mondo nato dall’immaginazione visiva del regista, bilanciano un ritmo narrativo altrimenti prevedibile e ripetitivo.
Del resto stiamo parlando di una favola e questa provenienza viene tradita anche dalla netta divisione tra personaggi buoni e cattivi oltre che dalla forte presenza della morale finale, che sottolinea il valore della famiglia.
Un giudizio positivo dunque che ammette però di mancare di termini di paragone quali il libro e la precedente versione cinematografica.
settembre 2005