Baarìa di Giuseppe Tornatore
Troppi personaggi per un film di grandi ambizioni
Il manifesto ci mostra un bambino dai vestiti logori sotto un sole accecante e, grazie anche a ciò che già sappiamo del film, è probabile che entriamo in sala con un'idea abbastanza precisa di cosa stiamo per vedere.
L'inizio del film non ci delude da questo punto di vista:
Baarìa comincia a raccontare la sua storia, ambientata nella Sicilia rurale degli anni del fascismo.
Vediamo Peppino Torrenuova, il bambino del manifesto, crescere e diventare, dopo la guerra, un militante del Partito Comunista, sposarsi e iniziare ad invecchiare.
Seguiamo le vicende della sua famiglia, legate sia agli eventi storici che alla vita del paese, cresciuto negli anni fino alle dimensioni di una cittadina.
Il problema del film è proprio questo: come volendo condensare una di quelle grandi saghe familiari cinematografiche in tre atti, il regista pretende di raccontare più di cinquant'anni di storia in una sola pellicola. Il difetto più vistoso di
Baarìa è dunque l'ambizione o, in altri termini, il desiderio di dire tutto.
Come spaventato dall'idea di non avere altre occasioni, il regista sembra aver tentato di mettere tutto quello che aveva da comunicare e, forse pensando di realizzare il film summa della sua carriera, ha anche citato pedantemente il resto della sua produzione.
Il risultato è un film senza struttura, una somma di quadri senza collante narrativo.
Soprattutto nella prima parte, si corre a perdifiato tra infanzia e adolescenza del protagonista, cambiando repentinamente interprete più volte e accumulando episodi diversi senza evidenti legami tra di loro.
Lo spettatore, per quanto concentrato, non riesce a mettere a fuoco le fisionomie dei vari personaggi; è già abbastanza occupato a tenere a mente chi è il protagonista.
Arrivati all'età del primo amore, il ritmo rallenta e la storia assume uno sviluppo più classico, raccontando come Peppino sia costretto ad agire con la forza per sposare la ragazza di cui si è innamorato, visto che la famiglia di lei lo considera uno spiantato senza arte né parte. Con lei inizia una vita familiare, mentre la politica lo coinvolge sempre di più nelle lotte sociali, a fianco dei contadini e contro la mafia, portandolo spesso anche lontano da casa.
Il tempo che passa costringe il regista ad operare massicciamente con i mezzi del trucco sui volti dei personaggi (quei pochi, fortunati, che mantengono gli stessi interpreti).
E non si può fare a meno di segnalare a questo proposito, al di là della palese evidenza di questi interventi di make up, le discrepanze che sorgono, come quella tra una madre che invecchia di gran carriera e una figlia che, alla quinta gravidanza, ha praticamente lo stesso aspetto di quand'era adolescente.
La scelta di coprire un arco di tempo così lungo costringe inoltre il regista a fare ricorso ad una serie di stereotipi, per connotare in maniera evidente le varie epoche; se uniamo questo aspetto ad un set che nell'impostazione ricorda le città dei film western, capiamo come lo sviluppo del racconto rimanga per la maggior parte del tempo in superficie.
L'enorme quantità dei personaggi, protagonisti delle tante microstorie che ruotano attorno alla narrazione principale, richiede poi un gran numero di interpreti, spesso nomi famosi del panorama italiano. Ma se il cammeo di un attore importante in un film può essere un elemento che impreziosisce una storia, il fatto di usarne così tanti distrae solo l'attenzione; come fosse una lotteria, viene voglia di puntare su quale sarà la prossima faccia conosciuta a spuntare dietro un vicolo. E anche se molti di questi hanno svolto bene il loro lavoro, regalando al film momenti divertenti, resta il fatto che
Baarìa non riesce a trovare un'identità, un tono prevalente.
Il tentativo finale di incrociare passato e presente attraverso le due figure di bambini, il protagonista e suo figlio alla stessa età, risulta un espediente tutto sommato artificioso ed estremamente debole in un film così lungo.
L'idea che il regista probabilmente aveva in mente era quella di un racconto corale; peccato non abbia intuito però che per costruire una narrazione del genere non è sufficiente mettere tanti elementi insieme ma è necessario che questi siano accordati per suonare la stessa melodia.
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Dicembre 2009
Esercizi di stile al Teatro della cometa di Roma
Dopo vent'anni di repliche, un gioiello di spettacolo che non smette di divertire il pubblico
La sala è piena e il pubblico, presumibilmente informato del tipo di spettacolo a cui sta per assistere, si dimostra da subito partecipe e caloroso.
La rappresentazione comincia illustrando una banalissima storia senza nessun significato apparente, recitata dall'unica interprete femminile in scena.
A mezzogiorno, su un tram della linea S, un giovane dal collo lungo e con un cappello floscio, litiga con un altro passeggero che a suo dire non perde occasione per pestargli i piedi. Abbandona però immediatamente la discussione per lanciarsi su un posto lasciato vuoto. Due ore più tardi, quello stesso giovane si trova davanti alla stazione di Saint Lazare e parla con un amico che gli consiglia di diminuire la sciallatura del suo soprabito facendo aggiungere un bottone da una bravo sarto.
Subito appresso, a rivelare il meccanismo che sarà proprio di tutto lo spettacolo, ecco la riproposizione di questa stessa trama in varie lingue straniere, imitate in versione maccheronica.
Esercizi di stile è infatti una serie di 99 variazioni dello stesso racconto, originariamente scritta dall'autore francese Raymond Queneau nel 1947, portata poi in scena in Francia e successivamente in Italia dove, a partire dal 1989 il successo ha garantito a questo spettacolo ben vent'anni di repliche.
Le versioni della storia che i tre attori mettono in scena a tutt'oggi sono circa 60, dopo che negli anni lo spettacolo è stato limato togliendo alcune parti fino ad arrivare alla forma ottimale.
Per una mentalità abituata al concetto di originalità, a pretendere sempre nuovi intrecci e nuovi finali, sembra incredibile che la ripetizione della stessa trama per sessanta volte possa non essere noiosa; eppure è così.
Anche se non tutte le variazioni sono ugualmente divertenti e alcuni tra le primissime durano appena più del dovuto, perdendo così un po' della loro incisività, bastano pochi minuti affinché lo spettacolo prenda il volo.
La rappresentazione diventa vivace e coinvolgente e si assesta su un ritmo serrato riuscendo a far scorrere un'ora e mezza in un lampo, tra molti applausi e risate.
Oltre alla velocità della recitazione, anche l'avvicendamento degli attori sul palco è un meccanismo perfettamente oliato che li vede sparire e riapparire come per magia con accessori di scena sempre diversi che, sovrapposti alla neutra divisa bianca, caratterizzano la miriade di personaggi messi in scena.
C'è di tutto nella galleria preparata per il pubblico: dai tre anziani che discutono e si interrompono a vicenda, al quiz con due concorrenti bislacchi e spassosissimi, dal macho all'insicuro, dall'intellettuale al volgare, dal lezioso al romanaccio, passando per molti altri dialetti e caratterizzazioni, sia di personaggi che di linguaggio.
Non mancano poi varie forme cantate e una serie di espedienti drammaturgici: il racconto viene infatti compresso o allungato, da un lato riducendolo a poche parole o gesti essenziali, dall'altro ricamando sui dettagli della storia o narrandola da differenti punti di vista.
L'alchimia tra gli attori è perfetta e rodata e lascia spazio anche all'improvvisazione che interviene a gestire gli errori occasionali, rendendo il tutto ancora più divertente per il pubblico perché mostra il piacere degli interpreti, presi nel gioco del loro recitare.
Interpreti dei quali non si può non ammirare la versatilità, di pari livello in tutti e tre, anche se a brillare per espressività del corpo e della voce è soprattutto l'elemento femminile del trio.
La grinta e l'energia di Ludovica Modugno, la stessa che si ritrova incontrandola fuori dalle scene, fa emergere distintamente tutti i personaggi che interpreta.
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Dicembre 2009
Il pubblico visita il MAXXI ancora vuoto
Un'occasione straordinaria per esplorare l'architettura di Zaha Hadid
Dopo la presentazione per la stampa e due giornate di visite guidate (le cui prenotazioni sono andate a ruba), il MAXXI ha organizzato altri due appuntamenti per permettere al pubblico di visitare la nuova struttura progettata da Zaha Hadid.
Si è trattato di un'occasione unica, perché è stato possibile passeggiare per il museo appena terminato ma ancora vuoto, prima che venga allestito per l'inaugurazione ufficiale della prossima primavera.
All'appuntamento fissato nel weekend il pubblico si è presentato numeroso, sia che fosse riuscito a prenotarsi un posto o meno; così gli spazi che attendono di assumere la loro funzione museale sono stati percorsi e visitati da un gran numero di persone.
Ad aggirarsi per i corridoi e le scale c'erano visitatori di ogni tipo ed età: dai bambini che correvano e giocavano dentro e fuori il museo, ai visitatori dall'occhio specializzato intenti a commentare dettagli architettonici, chiedendo spiegazioni al personale a disposizione, fino ai molti muniti di macchine fotografiche semi professionali, divertiti dalla possibilità di catturare ogni tipo di scorcio.
In generale, a dominare nell'aria c'era un'atmosfera di esplorazione e di continua scoperta.
Ognuno di noi, infatti, era intento a curiosare, girare, perfino perdersi tra scale, corridoi e rampe, affacciandosi in ogni apertura, provando a spingere ogni porta di sicurezza per vedere dove poteva portare, scoprendo terrazzi, vani di scale, ascensori e visioni simultanee interno-esterno ad ogni svolta.
Questo invito ad esplorare, percorrere, vivere lo spazio ha come corrispettivo la sensazione che l'architetto stesso si sia divertito, appunto, a “giocare” con gli elementi del linguaggio architettonico, creando continue variazioni negli ambienti e mettendo spesso in relazione l'interno con l'esterno.
Gli esempi sono molti: soffitti altissimi che si alternano a corridoi di poco più di due metri di altezza, inserti trasparenti che permettono di vedere l'esterno o, dal piano più alto, i visitatori che passeggiano a piano terra e poi le scale che si collegano, zigzagano, creano diramazioni cancellando la percezione classica della rigida scansione dei piani presente nelle costruzioni comuni.
Il tutto, articolato da una gamma ristretta di materiali e colori: cemento, acciaio e vetro, cioè grigio, nero, bianco e trasparente.
Nessun elemento stilistico prevale sugli altri all'interno dell'edificio: alle curve sinuose delle gallerie interne risponde il taglio netto e squadrato dell'elemento aggettante all'ultimo piano, mentre le scale inseriscono una dinamiche di linee spezzate.
Proprio una volta arrivati all'ultimo piano (senza sapere bene come ci si è arrivati), si ha la sorpresa di affacciarsi da una vetrata non perpendicolare al suolo ma inclinata verso l'esterno che ci permette di sporgerci in avanti e guardare di sotto, come se non ci fosse nulla a sostenerci.
Il risultato è uno strano senso di vertigine ma anche un'originale esperienza di sospensione nel vuoto.
Insomma, nessun'altra architettura meglio di questa avrebbe potuto prestarsi ad un'occasione del genere, in cui il museo, invece di essere contenitore di opere, diventa opera che espone se stessa.
In questo senso il museo di Zaha Hadid ci sembra un'opera riuscita, un'architettura che si fa scoprire percorrendola ed esplorandola, come nei migliori casi di arte contemporanea.
Aspettiamo di vedere come questo spazio verrà modificato e interagirà con la presenza delle opere, per poter saggiare il suo valore anche dal punto di vista della funzionalità.
Ormai manca poco: l'appuntamento è per Maggio 2010.
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Novembre 2009
A Palazzo delle Esposizioni i delicati equilibri dei mobile di Calder
Una mostra antologica da visitare fino al 14 Febbraio 2010
Allestita al Palazzo delle Esposizioni fino al 14 Febbraio 2010, la mostra intitolata
Calder propone un percorso antologico attraverso l'opera dell'artista statunitense scomparso alla metà degli anni '70.
Si tratta di un'occasione unica e affascinante di ammirare dal vivo il lavoro di un artista capace di reinventare la scultura e il suo modo di relazionarsi con lo spazio, creando così delle opere che molto più di altre meritano di essere apprezzate dal vero.
Anche se si comincia con la produzione meno nota di Alexander Calder, il percorso della mostra incuriosisce fin da subito: nella prima sala ci troviamo davanti una serie di animali e altre figure tridimensionali realizzate con un filo di ferro modellato.
Queste opere ci fanno pensare: si intuisce in esse una riflessione sui concetti di spazio e rappresentazione da parte dell'artista.
In particolare quello che colpisce e disorienta è vedere una linea di contorno in un contesto, quello della scultura, che in genere lavora componendo volumi nello spazio. In queste opere è come se la convenzione arbitraria che sta alla base del disegno, cioè la linea di contorno, venisse applicata alle tre dimensioni, moltiplicandosi ulteriormente attraverso le numerose ombre proiettate sul pavimento, intrecciate in un affascinante intrico.
Neanche il tema della qualità del segno (verrebbe da dire grafico) rimane estraneo a questa riflessione, visto che la variazione dello spessore del filo di ferro utilizzato riesce a comunicare differenti sensazioni e modulare lo sviluppo della forma. Soltanto poche opere dunque e già i concetti di volume e scultura sembrano messi in discussione.
Un'altra opera molto interessante che pare quasi ipnotizzare i visitatori, raccolti in semicerchio, con lo sguardo ammirato e divertito è
Small sphere and heavy sphere.
Si tratta di un'installazione composta da cinque bottiglie di vetro, un barattolo di latta, un gong e una cassa di legno disposti a terra, più una piccola sfera bianca una rossa più grande che pendono dal soffitto, unite da un'asticella. Con meraviglia ci rendiamo conto di essere di fronte niente meno che ad un'opera d'arte generativa, datata 1932.
L'artista ha infatti definito una serie di condizioni iniziali creando un campo di forze all'interno del quale è il caso a generare differenti configurazioni, non solo visive ma anche sonore. Una periodica leggera spinta da parte degli addetti del museo alla sfera più piccola mette in moto una serie di oscillazioni imprevedibili che portano la sfera a colpire o a schivare i vari oggetti, ottenendo una partitura di suoni sempre differente.
Proprio il particolare equilibrio creato dall'artista nel bilanciamento delle due sfere fa sì che il dondolìo sia diverso ad ogni rotazione, generando continua sorpresa in chi rimane ad ammirarlo.
Di grande intensità è anche l'opera intitolata
L'albero, un capolavoro che cattura per la sua potenza, per il modo in cui contrappone leggerezza e staticità.
Il percorso attraverso la produzione di Alexander Calder continua poi seguendo un processo di astrazione delle figure e presentando anche alcuni suoi lavori pittorici.
Queste gouache però, viste di fronte alle sculture, appaiono più come dei momenti di ricerca transitori, finalizzati alla realizzazione delle opere tridimensionali di fronte alle quali quasi sfigurano.
Dei mobile, oltre alle infinite combinazioni ottenibili a partire dalla composizione di movimenti semplici, quello che affascina è il fatto che presentano quasi sempre un doppio livello di movimento: quello della struttura nel suo complesso assieme a quello indipendente delle singole parti.
Questo rafforza la sensazioni di trovarsi di fronte a una sorta di organismo vitale, soprattutto laddove le forme che richiamano foglie o petali di fiori si combinano ad elementi lineari dalle curve sinuose.
In molte opere il movimento è leggerissimo e lo spettatore è catturato a contemplare il delicato equilibrio creato tra le parti che si influenzano a vicenda.
Calder gioca inoltre consapevolmente con le ombre delle sue opere in movimento installando dietro di esse un pannello a volte colorato per raccoglierle.
Solo raramente invece sfrutta i riflessi di luce che questi meccanismi possono creare: è il caso delle foglie di alluminio e del pesce realizzato con frammenti di vetro e altri materiali riflettenti.
A livello di sensazione generale, il vocabolario di forme di Calder richiama alla mente qualche eco dell'opera di Mirò ma in maniera meno marcata di come potrebbe sembrare a prima vista, anche grazie alla ristretta gamma di toni utilizzata nei mobile.
La prova del collegamento tra i due artisti però c'è e si trova in una delle fotografie realizzate da Ugo Mulas dentro e fuori i numerosi studi di Calder: in uno di essi compare infatti proprio un dipinto del pittore spagnolo. In queste foto, esposte in mostra in una apposita sezione, non solo emerge il lato umano e giocoso di Calder ma Mulas riesce anche nel difficile compito di rendere fotograficamente le esili sculture di filo di ferro, con una gamma molto contrastata di neri e bianchi su uno sfondo grigio scuro.
L'unico piccolo rimpianto resta nel constatare come quelle opere che probabilmente erano pensate come dei meccanismi da muovere e coi quali giocare, come accade nel documentario su Calder proiettato in mostra, a causa del loro statuto di opere d'arte, siano diventate qualcosa da proteggere con cura al punto di chiedere ai visitatori la cortesia di non soffiarci sopra.
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Dicembre 2009
L'opera di Robert Cahen in mostra a Lucca fino al 10 Gennaio 2010
Alla Fondazione Ragghianti l'artista presenta 13 videoinstallazioni, realizzate dagli anni '80 ad oggi
Nell'ambito delle iniziative che Lucca dedica alla figura di Robert Cahen, spicca la mostra allestita alla Fondazione Ragghianti e inaugurata il 23 Ottobre alla presenza dell'artista. Negli stessi giorni, Cahen è stato protagonista anche di un incontro con il pubblico nell'ambito del Lucca Film Festival che proprio alle sue opere in pellicola ha dedicato una rassegna retrospettiva.
A completare il quadro della sua produzione artistica ha provveduto, nei giorni di sabato 24 e domenica 25, una proiezione maratona di 24 opere video scelte dalla sua produzione complessiva.
Robert Cahen, personalmente impegnato nella preparazione della mostra e nell'allestimento delle singole opere, è stato nelle varie occasioni sempre presente e disponibile, mescolandosi al pubblico intervenuto e rispondendo a domande e curiosità.
Autore internazionale e pioniere nella sperimentazione delle apparecchiature elettroniche in campo artistico, Robert Cahen è protagonista a Lucca della più ampia mostra sulla sua opera mai allestita in Europa.
L'esposizione, intitolata
Robert Cahen. Passaggi. Video-installazioni 1979-2008, raccoglie infatti 13 opere che ripercorrono l'attività dell'artista concentrandosi sulla produzione degli anni '90 e 2000.
Analizzandole in ordine cronologico, le prime opere sono quelle che ci parlano proprio del periodo in cui Cahen svolgeva le sue ricerche presso la televisione pubblica francese, sperimentando strumenti di sintesi elettronica e nuove forme di elaborazione delle immagini.
Degli anni '90 ci viene presentata innanzitutto
Sept visions, scomposizione di un video presentato in passato anche come opera unica. I sette brani, immagini di città, mercati e natura raccolte dall'autore in Cina, sono trasmessi da monitor tv posti in fondo a delle lunghe casse di legno sospese al soffitto ad altezze diverse.
Sul loro fronte, un'apertura permette ad uno spettatore alla volta di vedere le immagini, mentre gli altri cercano di sbirciare dietro le sue spalle.
Nella stessa sala, la più grande della mostra, c'è un'altra opera intitolata
Paysages/Passage, forse la più bella (nel senso di “esteticamente attraente”) dell'esposizione. L'installazione ci attira fin dal momento in cui varchiamo la soglia: i 18 monitor che brillano di verde e azzurro dal fondo della stanza sono una sorta di richiamo, quasi irresistibile.
Avvicinandosi, si è catturati dallo scorrere continuo delle immagini: paesaggi realistici o modificati elettronicamente con strisce di colore alla Van Gogh che come il flusso di una corrente ci inghiottono coinvolgendoci nel loro movimento.
La velocità e la direzione di questo movimento sono variabili tra le immagini, mai più di tre diverse in contemporanea sui vari schermi: scorci visti da un finestrino, rotaie, cielo, boschi. Facendo pochi passi si nota poi un altro aspetto dell'opera: come l'uso di monitor dal rivestimento trasparente, assieme al groviglio di cavi a terra, renda esplicita e sottolinei la natura tecnologica dei mezzi utilizzati.
Passando alle opere degli anni 2000, due dall'impostazione simile riescono a conquistarci, soprattutto per l'uso del colore che in esse fa l'artista.
Si tratta di
Traverses e
Paisages d'hiver, riprese di paesaggi quasi incontaminati e ostili, distese di acqua e ghiaccio rappresentati con colori saturi e profondi, accostati in maniera contrastante.
Tra tutti dominano il bianco e il blu, quest'ultimo declinato in una gamma di sfumature a partire dalla stessa particolare tonalità, così splendida e magnetica da ricordare fortemente sia il blu di Yves Klein che quello delle stampe silografiche di Hiroshige.
Un colore che ci cattura, inducendo una sorta di attitudine alla contemplazione, una voglia di restare a guardarle senza staccarsi.
In questi video, rispetto al paesaggio naturale, l'uomo e i suoi interventi sembrano dei perfetti estranei, anche in termini di colori: il giallo delle tute di chi cerca di muoversi tra la neve, il rosso di una nave o di una casa, sono elementi solitari i cui toni squillanti e saturi creano il massimo contrasto con il blu e il bianco.
Procedendo ancora nell'esposizione incontriamo
Sanaa, Passages en noir.
Iniziando come una scena quasi realistica, il video ci presenta lo scorcio di una strada di una città esotica, tagliato diagonalmente dal sole che si infila tra le costruzioni.
La musica è potente e melodrammatica e accompagna una prima donna di spalle, completamente vestita di nero, nel suo tragitto lungo il vicolo.
L'immagine si ripete, quasi identica: una serie di figure uguali, nere sagome di donne senza volto né identità continuano, solo con piccole differenze, a percorrere gli stessi passi e man mano diventano ombre che scivolano nell'oscurità.
Un leggero brivido inquietante si insinua in noi e ci porta a domandarci dove stiano andando queste sagome ma soprattutto se siano veri individui o soltanto fantasmi, finché nel finale del video la luce nella strada aumenta e tutto sembra riacquistare la consistenza della realtà.
Chiudiamo con un'opera che ci ha detto poco o nulla alla prima visione per poi rivelarsi maggiormente ad un più attento incontro successivo:
Françoise en mémoire.
L'inquadratura è fissa e riprende in primo piano il volto di una donna anziana, proiettandolo su un telo di media dimensione, col risultato di ingigantirlo.
Al centro del viso segnato dall'età si muovono due occhi intelligenti che guardano appena alla nostra destra e sembrano reagire a qualcosa che forse accade lì accanto ma non coinvolge direttamente la donna.
Ogni tanto la sua bocca si increspa in un lieve sorriso, forse a causa di un brano colto all'interno dell'ipotetica conversazione che sta seguendo ma, come se non riuscisse a partecipare del tutto o a sentire tutto ciò che viene detto, a volte il suo sguardo si volge nell'altra direzione, orientandosi leggermente verso l'alto, suggerendo la rievocazione di un ricordo.
Nel frattempo, la nostra attenzione è distratta dalla proiezione di alcune parole sul pavimento che si muovono e svaniscono lasciandosi a malapena indovinare: sono brandelli di ciò che la donna sta ascoltando? O sono associazioni risvegliate nella sua memoria?
Ad un certo punto, lo sguardo torna nella direzione di partenza, così vicino alla nostra posizione di spettatori che un dubbio ci colpisce: sta guardando noi?
E sta forse sorridendo perché i pensieri che ascolta sono i nostri?
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Novembre 2009
A thousand year song of baobab di Seiichi Motohashi
Un'intera sezione dedicata ai temi dell'ambiente al Festival Internazionale del Film di Roma
Proiettato nell'ambito del Festival Internazionale del Film di Roma, il film di Seiichi Motohashi
A thousand year song of baobab fa parte della sezione
Occhio sul mondo, dedicata ai temi dell'ambiente. Inserita nel calendario di incontri e documentari la pellicola, uscita finora soltanto in Giappone col titolo
Baobabu no kioku, è stata presentata alla presenza del regista nella splendida cornice di Villa Medici.
Le immagini del film ci portano in Senegal e la prima cosa che mostrano è il profilo nodoso di un albero di baobab. Proprio questa forma scolpita e irregolare ha affascinato il regista giapponese Seiichi Motohashi, portandolo fin qui. In questo paese l'albero di baobab viene rispettato perché la popolazione crede che in esso viva lo spirito dei morti.
Il progresso sta avanzando anche in questa regione del mondo e la necessità di costruire e trasformare il paesaggio ha portato, nelle zone vicino alla capitale, ad abbattere molti di questi alberi.
100 km a est di Dakar, però, nel villaggio di Touba Toul non solo gli abitanti rispettano i baobab ma ne venerano uno in particolare: un esemplare grande e possente, circondato da un recinto che delimita un'area sacra.
È qui che lo spirito del baobab viene ringraziato annualmente per il buon raccolto dei campi e interpellato ogni volta che qualcuno ha un problema.
Testimone silenzioso della vita dell'uomo da centinaia di anni, il baobab è il centro attorno a cui ruota tutta la vita di questo villaggio.
Motohashi ce ne racconta le dinamiche in un documentario che, secondo le sue parole, ha registrato gli eventi senza bisogno di ricostruirli. Seguiamo così un ciclo completo di attività agricola, dal raccolto alla nuova semina del miglio e delle arachidi, dalla stagione secca a quella delle piogge.
In parallelo scorrono le fasi di vita dei numerosi baobab che circondano il villaggio: l'albero germoglia, fiorisce e poi produce i suoi frutti ed è utile all'uomo in un'infinità di modi.
È prima di tutto una fonte di nutrimento, attraverso le giovani foglie, macinate in una polvere da mescolare al miglio e anche attraverso i frutti, la cui polpa può essere mangiata o spremuta per ottenere un succo.
L'albero fornisce poi materie prime molto utili: con le fibre della sua corteccia si possono intrecciare corde resistenti. Inoltre, il baobab cura l'uomo, coi suoi rami, le radici, la corteccia ma soprattutto grazie al suo spirito, invocato dagli sciamani durante i loro rituali di guarigione.
Il villaggio, estremamente decoroso, vive così la sua vita in simbiosi con la natura e in quasi totale autosufficienza; nessuno qui si sente povero perché, dice il regista, nessuno va a dormire senza aver mangiato ogni giorno.
Per una volta dunque, ci viene mostrato un angolo di Africa non per denunciare una situazione di povertà ma per portare l'esempio di uno stile di vita che rispetta la natura, di un legame simbiotico con la madre terra che in Occidente da troppo tempo abbiamo perso e oggi cerchiamo, forse inutilmente, di recuperare.
Le questioni che il regista si pone attraverso il film sono proprio queste: l'uomo è da millenni sulla Terra e per molto tempo ne ha rispettato l'equilibrio ma di recente ha sviluppato le sue tecnologie ed esteso le sue attività fino a prendere il sopravvento sulla natura e sulle altre specie viventi; oltrepassando il limite dei cicli naturali, ha spezzato un delicato equilibrio.
Può la memoria del baobab, testimone della vita dell'uomo da centinaia di anni, dirci quando questo è accaduto, che cosa abbiamo perso ma soprattutto, come sarà la nostra vita nel futuro?
Di fronte all'avanzare del progresso, che porta anche nel villaggio una televisione e qualche cellulare, il potere della natura in questo paese resta comunque presente: il regista racconta che in Senegal per costruire una strada dove si trova un baobab è necessario girargli attorno oppure pazientare, anche per dei mesi, affinché uno sciamano interrogando lo spirito dell'albero, riceva il suo consenso a lasciare un posto che occupa da cinquecento o mille anni.
Il racconto corale del film, ben congegnato anche se un po' lento, si concentra in particolare su Modou, un bambino di 12 anni che vorrebbe frequentare la scuola ma molto più spesso è costretto a lavorare per aiutare la famiglia.
Il tema dell'istruzione è in questo contesto la chiave per le possibilità future dei bambini del villaggio, ma si scontra con le necessità del lavoro agricolo che permette alle famiglie di essere autosufficienti; questa è forse la contraddizione più evidente che emerge dal film, il quale si sforza di non cadere in una visione totalmente ingenua e utopista.
Alla fine della visione restiamo con la speranza che l'istruzione possa dare a queste nuove generazioni gli strumenti per decidere, pur migliorando le loro condizioni di vita, di conservare ciò che hanno e che noi abbiamo ormai perso: un rapporto con la madre terra che vale, nell'opinione del regista, molto di più di tutto ciò che il progresso ha fatto guadagnare all'Occidente.
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Novembre 2009
Al Festival Internazionale del Film di Roma un documentario presenta Riccardo Dalisi
Latta e cafè: un'occasione (riuscita solo in parte) per conoscere una figura affascinante del design italiano
All'interno della sezione L'altro cinema/Extra, il Festival Internazionale del Film di Roma presenta
Latta e cafè, un documentario su uno dei maggiori designer italiani, Riccardo Dalisi. Proiettato a Villa Medici, il film è stato realizzato dal regista Antonello Matarazzo con la collaborazione dello studioso Bruno di Marino.
Realizzare un documentario su un personaggio significa mettere al centro del proprio progetto il soggetto che si è scelto di raccontare, adattando a questo tutto il proprio lavoro.
In
Latta e cafè del regista Antonello Matarazzo, questo accade solo in parte.
Se infatti il linguaggio sperimentale adottato si potrebbe in teoria interpretare come un tentativo di riflettere la poliedricità del lavoro di Riccardo Dalisi, alla resa dei conti il gioco non vale la candela.
Proprio l'approccio sperimentale del lavoro e le stravaganze del linguaggio utilizzato finiscono per soffocare la figura che ci si proponeva in principio di raccontare.
L'impressione è che il regista si sia lasciato prendere la mano e, nel tentativo di costruire un racconto ironico e con una sensibilità di montaggio un po' alla Blob, abbia finito per mettere in ombra l'elemento più interessante: il lavoro e le parole di Riccardo Dalisi.
Questa figura, così umana e positiva, brilla infatti di luce propria, nonostante tutto.
Lo spettatore è colpito innanzitutto dalla sua capacità di inventarsi idee e opere d'arte utilizzando materiali umili, di recupero, come latta, rame, ferro.
Dalle sue mani pazienti e abili sono nati una miriade di personaggi e oggetti, molti dei quali affollano il suo studio, uno scrigno zeppo di cose da scoprire.
Alcune riprese amatoriali dall'aspetto datato ci raccontano poi l'attività in campo sociale che Dalisi ha portato avanti nella sua città d'adozione, Napoli, a partire dagli anni '70. Lavorando con bambini e ragazzi ma anche con adulti della sua città, questo designer si è costantemente impegnato in progetti capaci di incidere positivamente sulla realtà attorno a lui.
Tutto questo, assieme alla sua attività di progettista e alla sua capacità di mettersi in gioco grazie ad un lato infantile quanto puro, mantenuto dentro di sé nonostante l'età, suscitano uno spontaneo senso di ammirazione.
Pensiamo a quante cose si potrebbero imparare da un uomo come questo, un designer, architetto e docente universitario, appassionato della vita in generale e della conoscenza nelle sue forme più disparate, dalla matematica, alla poesia, alla filosofia.
E non riusciamo a non pensare che un documentario dall'impianto classico, pur se con qualche rivisitazione sperimentale, gli avrebbe reso molta più giustizia, permettendo al pubblico di imparare di più dalle sue parole e dalle sue opere.
Come se si trattasse di un destino crudele, il pubblico è stato privato delle parole di Riccardo Dalisi, presente in sala alla proiezione a Villa Medici, anche dal vivo.
Al termine del film infatti, saliti al tavolo degli oratori Dalisi, il regista e un altro paio di collaboratori al film, questi ultimi sono stati del tutto posseduti dall'ebbrezza che un microfono e un pubblico sanno dare alle personalità egocentriche, togliendo la parola a chi ha avuto il garbo e la classe di non reclamare ciò che gli sarebbe spettato di diritto.
Usciti dalla sala con più di una punta di amarezza, non possiamo che sperare di avere in futuro ulteriori occasioni per conoscere meglio la figura e il lavoro di Riccardo Dalisi.
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Novembre 2009
Dall'AGPC, una lezione di marketing nell'era dei Social Media rivolta alle giovani produzioni
Iniziative e strumenti per promuovere il proprio lavoro grazie al Web 2.0
Il Festival Internazionale del Film di Roma non è soltanto passerelle e proiezioni per pubblico e critica ma anche mercato del cinema e incontri per addetti ai lavori.
Uno di questi, organizzato dall'Associazione Giovani Produttori Cinematografici, ha riguardato in particolare l'uso dei Social Media nel marketing per il cinema.
Questa associazione si occupa infatti tra le altre cose, anche di formare e tenere aggiornate le giovani produzioni, in modo che esse dispongano di tutti gli strumenti per promuovere il loro lavoro.
Ecco dunque un seminario su quei canali che oggigiorno si stanno rivelando particolarmente utili ai fini del marketing.
Sono infatti già moltissime le aziende di tutti i settori che utilizzano Social Media come Twitter, Facebook o altri per promuovere i loro prodotti e mantenere stretti contatti coi loro clienti.
Il mondo del cinema internazionale non è rimasto estraneo al fenomeno: sono tanti i profili di studios di Hollywood che promuovono i film in uscita, ma anche registi, attori e vari addetti ai lavori che dialogano con gli utenti. E da noi?
Il quadro della situazione presentato dal relatore Maurizio Galluzzo ci dice innanzitutto che il numero di utenti dei Social Media è in crescita, stimato ad almeno 9 milioni di italiani e che di pari passo anche la pubblicità si sta spostando da stampa e tv verso questi nuovi mezzi.
Il web sarà dunque sempre più sommerso da status update (informazioni su cosa stiamo facendo) e la caratteristica più importante di cui tenere conto sarà il desiderio di questi utenti di “fare rete” ed esprimere la propria opinione.
Un altro dato importante da considerare è inoltre l'aumento del volume di ricerche fatte proprio all'interno di questi network piuttosto che su motori di ricerca come Google, un effetto della loro tendenza a proporsi sempre più come delle reti all'interno della rete.
Assodato che si tratta di strumenti di comunicazione con un ruolo dominante nel presente e nel prossimo futuro, la domanda è: come utilizzarli al meglio per promuovere il proprio lavoro?
Esistono molti tipi di marketing e per la maggior parte si tratta di sistemi dei quali non è possibile misurare la reale efficacia.
Il rischio è quindi di lanciarsi nell'impresa della promozione attraverso i Social Media senza sapere davvero come portarla avanti e senza sapere mai quali risultati siano stati effettivamente raggiunti.
Non serve, ad esempio, creare un account per poi lasciarlo inattivo e senza aggiornamenti, oppure avere un profilo su Twitter se poi non si danno risposte circostanziate e tempestive alle domande di clienti e utenti; non serve insomma applicare il modello pubblicitario classico pensando di avere a che fare con degli spettatori passivi, per i quali è sufficiente elaborare un messaggio che seduca e convinca.
Per questi strumenti c'è bisogno di un modello di coinvolgimento, che per esempio chieda agli utenti di collaborare ai progetti mentre sono in corso d'opera piuttosto che di entrare a far parte del fans club di un film già pronto ad andare in sala.
La proposta è allora lo Smart Marketing, un sistema che utilizza il meglio dei vari tipi di marketing in maniera intelligente, adattandosi di volta in volta alle situazione e restituendo una misura precisa dell'efficacia ottenuta.
Su questa linea, sono tre le iniziative dell'Associazione per aiutare i giovani produttori a prendere confidenza con questo nuovo mondo di strumenti.
Primo fra tutti è proprio un corso di Smart Marketing rivolto ad amministratori, direttori commerciali, tecnici e direttori marketing.
C'è poi WebCode, un sistema per legare ogni oggetto presente sul web ad un codice, affinché sia più facile poterlo comunicare al pubblico e farlo salire nei motori di ricerca, senza avere a che fare con lunghi e complicati indirizzi web.
In ultimo c'è il progetto Moovie, un mercato europeo online ad accesso gratuito che permetterà di presentare i propri progetti cinematografici in cerca di finanziamenti, attivo da Gennaio 2010.
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Novembre 2009
Al MACRO FUTURE fino al 1° Novembre, New York Minute
In mostra le opere site specific di 60 artisti americani
Curata dalla giovane critica americana Kathy Grayson, la mostra New York Minute è stata inaugurata il 19 Settembre negli spazi del MACRO FUTURE e sarà visitabile fino al 1° Novembre.
Le opere esposte sono state realizzate da 60 artisti americani che operano in prevalenza a New York.
Arrivati in Italia alla metà di Agosto, a loro è stato chiesto di date vita a dei lavori appositamente pensati per gli spazi dell'ex-mattatoio in cui ha sede il MACRO FUTURE, lavorando assieme a studenti e collaboratori italiani.
È nata così New York Minute che sembra soltanto il primo passo di un progetto pensato in grande per coinvolgere quanti più possibili giovani talenti del mondo della produzione e dello studio dell'arte, attraverso stage e laboratori, occasioni per “Far incontrare mondi”, come piace dire a Luca Massimo Barbero (direttore del MACRO FUTURE).
L'ambizione dietro la scelta di lavorare a livello internazionale è grande e non viene tenuta nascosta: New York è stata scelta nella speranza di riannodare quel rapporto creativo tra l'Italia e l'arte d'oltreoceano che fu così fecondo negli anni '60 e '70.
La mostra è la prima organizzata dalla Fondazione Depart, un organismo che si occupa di promozione dell'arte contemporanea. Assieme a questo ente privato, nel ruolo di sostenitori del progetto compaiono anche enti pubblici come il Comune di Roma, la Sovrintendenza ai Beni Culturali e la Provincia.
All'ingresso del primo padiglione della mostra numerosi dischi roteanti con fantasie optical sono pronti ad accoglierci e ad introdurci alla visita del primo padiglione con un filo di vertigine. Dentro si mescola un po' di tutto: quadri, installazioni, sculture, video, disegni, fotografie..
Il colpo d'occhio su entrambi gli spazi espositivi coglie un panorama molto vario, debordante di forme, colori e materiali più diversi, installati a vari livelli, che chiedono allo spettatore di esplorare lo spazio in tutte le sue dimensioni.
Alcune opere si mostrano più site specific di altre, sfruttando ad esempio le strutture metalliche e i grossi ganci, che un tempo dovevano sostenere quarti di bue, per tendere degli enormi elastici, leggermente viscidi, fino al pavimento.
I filoni di lavoro che risultano più evidenti sono la ripresa dell'approccio concettuale, in certi casi del disegno e in parte della figurazione e poi un uso massiccio dell'iconografia popolare sotto forma di loghi, figure, colori sgargianti.
Non mancano poi le fantasie optical, un pizzico di gusto per l'orrido e l'uso di oggetti trovati.
Le opere più interessanti sembrano quelle concettuali, in particolare alcune che riflettono sui mezzi digitali. Primo fra queste è un grande quadro riempito da una sfumatura tratta dal programma Photoshop: il suo titolo non riporta altro che le istruzioni per poterla riprodurre, visto che si tratta in fondo soltanto di un algoritmo digitale.
In fondo al secondo padiglione si trovano poi due video: uno esplora l'estetica pixel del videogame mentre l'altro manipola l'immagine digitale di una sequenza di
Rambo sciogliendola completamente fino a renderla un cangiante ammasso di pixel.
Il carattere ex-industriale dello spazio si fa sentire e si ha davvero la sensazione di camminare in una specie di cantiere, di fucina in cui c'è di tutto, suscitando anche una vaga reminiscenza degli spazi veneziani dell'Arsenale dove, ad ogni passo, non sai mai cosa potrai trovarti davanti.
Settembre 2009
Il respiro del mondo di Emilio Leofreddi
Cronaca di un'inaugurazione
Il respiro del mondo è un'esposizione artistica ad ingresso gratuito allestita al Complesso del Vittoriano e aperta dal 9 al 20 settembre 2009. L'artista italiano Emilio Leofreddi, classe 1958, vive e lavora a Roma; in questa mostra presenta alcuni prodotti di una ricerca cominciata qualche anno fa e che lo ha portato per sei mesi in India.
Aspettando di entrare in un primo momento ci sembra di essere un po' fuori posto tra coppie quasi eleganti e distinte signore con accessori etnici molto chic.
Basta poco però per accorgersi che sulla scala per l'ingresso si mescolano stili di tutti i generi, dal serio-accademico al casual all'alternativo, fino allo stile da red carpet hollywoodiano che distingue senza ombra di dubbio gli organizzatori dell'evento.
Entriamo nella sala della mostra e cominciamo ad ammirare le opere: tante tele quadrate tutte uguali, di colore beige, un po' spiegazzate e con degli anelli applicati sul bordo, come quelle che si usano a copertura dei carichi di mezzi di trasporto (scopriremo poi che si tratta di tende da campeggio fabbricate in India).
Sopra queste tele troviamo segni di matita, pittura a colori vivaci, disegni e scritte scarabocchiate a mano ma anche riportate come stencil.
Quasi in tutte è l'immagine della Terra a dominare al centro: ad essa si sovrappone a volte un enorme cuore o una gigantesca chiocciola (@) mentre tutt'intorno si dispongono piccole figure in skateboard o a piedi che definiscono un percorso attorno al globo terrestre.
Il viaggio, soprattutto nella forma del volo è una costante: navi, aerei, strane macchine volanti, piccoli furgoncini con le ali e perfino un vascello appeso ad una mongolfiera il cui pallone è, di nuovo, la Terra.
Su tutto questo campeggiano caratteri tipografici di tipo pubblicitario o che ricordano le scritte stampate sulle casse in viaggio sulle grandi navi mercantili; caratteri occidentali ma anche arabi. In piccolo occhieggiano, a matita, disegnini, appunti e frasi di canzoni famose, principalmente inni alla pace e alla fratellanza nel mondo, come Imagine di John Lennon.
Proseguendo tra un'opera e l'altra ci accorgiamo che l'atmosfera è man mano cambiata, si è fatta più intensa: mentre il grande mappamondo di stoffa sospeso sopra le nostre teste non smette di girare, su una parete della sala è comparsa la proiezione di un filmato che ci conquista col suo ritmo da videoclip combinato ad una musica ipnotica e vagamente orientaleggiante.
Le immagini, come una sorta di micro diario di viaggio molto accelerato, svelano la provenienza dell'iconografia delle opere: schizzi, foto, insegne pubblicitarie, font.... tutti materiali visivi raccolti in un ambiente lontano e diverso dal nostro, quello indiano.
Il sottofondo creato della musica acuisce la sensazione di una leggera eccitazione, come un fremito che serpeggia nell'aria, man mano che andiamo alla scoperta di questo mondo di segni visivi.
Arrivati ad un angolo della sala, alcuni post-it e una penna ci incuriosiscono: sono lì per raccogliere i suggerimenti dei visitatori. Su una parete infatti l'artista ha installato quattro delle sue tele montandole non distese come fossero dei quadri (come ha fatto con tutte le altre) ma riportandole alla loro funzione di tende. Su ognuna di esse è stampata l'immagine di un personaggio rappresentativo di un continente, assieme ad una sua celebre frase.
Se per il Nord America c'è Martin Luther King con il suo
I have a dream, l'Africa è rappresentata da Mandela con
Non vi è alcuna strada facile per la libertà mentre un aborigeno australiano è stato scelto per l'Oceania grazie al suo
Quelli che smettono di sognare sono perduti.
Ma tra queste frasi, tutte di grande impatto, forse quella che colpisce di più è un'affermazione di Gandhi, scelto per rappresentare l'Asia:
Be the change you want to see in the world.
L'aiuto richiesto al pubblico è di suggerire altri due personaggi che possano rappresentare con il loro volto e il loro pensiero i due continenti che mancano all'appello: l'Europa e il Sud America.
Mentre riflettiamo per cercare un nome da suggerire, ci spostiamo al piano superiore per vedere le ultime opere, stavolta prevalentemente in bianco e nero ma sempre con l'immagine della Terra al centro con in evidenza la polarità delle due parti di cui è composta. Per ultimo, notiamo una tela in cui un enorme sole sovrapposto alla Terra è circondato dall'indicazione delle fasi di inspirazione ed espirazione: rappresenta il rito del saluto al sole (Surya namaskar) e, contemporaneamente, allude anche al respiro del mondo suggerito dal titolo.
Mentre la sala si riempe, raggiungendo il massimo della sua capienza, quel leggero fremito vitale diventa un banale cicaleccio che copre la musica e mette fine al momento magico sperimentato solo pochi minuti prima.
Consumate ormai le opere, così come il cocktail, non ci resta che avviarci verso l'uscita, cercando di portare con noi l'emozione appena vissuta.
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Settembre 2009
Hiroshige – Il maestro della natura
Atmosfere delicate e colori profondi in 200 stampe giapponesi al Museo Fondazione Roma
Aperta fino al 7 giugno, la mostra
Hiroshige – Il maestro della natura presenta 200 opere dell'artista giapponese Utagawa Hiroshige, vissuto nella prima metà del 1800.
In questo caso, molto probabilmente, non è la fama di un grande nome ad attirare lo spettatore al Museo Fondazione Roma ma sono gli stessi colori e la raffinatezza delle immagini usate per promuovere l'evento che ci invitano ad entrare.
All'ingresso della mostra ci accoglie un ponte di legno, dal quale ammiriamo piccoli angoli di giardini orientali, pareti di carta di riso che celano sagome di figure umane in abiti tradizionali. Rumore d'acqua e suoni della natura ci introducono alle opere della prima sezione, dedicata per l'appunto alle immagini di piante, fiori e animali e creano nell'ambiente un un'atmosfera rarefatta, sospesa nel tempo.
Fin da subito delle immagini esposte ci colpisce come l'artista padroneggi i principi della composizione, come sia capace di creare equilibri perfetti tra le forme in formati inusuali, alti e stretti. Spesso le opere presentano una relazione tra gli elementi in primo piano e lo sfondo retrostante e tutte le stampe sono caratterizzate da una fusione perfetta di immagini e parole, nella forma di ideogrammi.
Dopo gli elementi della vita naturale, la mostra ci presenta vedute e scene di vita contemporanea, alcune delle quali, soprattutto quelle affollate di personaggi, perdono quell'equilibrio delicatissimo raggiunto dall'artista soprattutto quando mantiene molto stretta la sua gamma di toni.
Ecco probabilmente spiegato perché sono le immagini con la neve quelle rimaste più famose di Hiroshige, perché proprio in queste stampe dominate dal bianco, gli altri tre o quattro toni, tra cui predomina un blu profondissimo, sono meravigliosamente accordati e creano un risultato di grande raffinatezza.
Assieme ai soggetti, possiamo ammirare anche l'aspetto più concreto e materiale delle stampe, le imperfezioni della carta e il leggero incavo creato dalla pressione della matrice di legno sul foglio, finché arriviamo ad una piccola sala in cui è possibile vedere da vicino gli strumenti della tecnica silografica e, attraverso un video e alcune stampe esposte, capire attraverso quali fasi si arriva a questi straordinari risultati.
Scopriamo allora di essere di fronte ad una tecnica tutt'altro che meccanica, come il termine stampa potrebbe suggerire, frutto invece di un lavoro di collaborazione tra più figure (artista, incisore, stampatore ed editore) e legato a molte variabili che dipendono dall'abilità manuale di chi esegue le varie fasi.
Le immagini del video svelano la finezza e la precisione necessarie nell'incisione sulla tavola di legno di ciliegio per ottenere quei segni talvolta così minimi e quasi sempre perfetti, ammirati fino ad un momento prima. Si viene colpiti poi da quanti passaggi sono necessari nella stampa, visto che ne è richiesto uno con una diversa matrice per ogni colore e anche dall'abilità dello stampatore nell'esercitare una pressione variabile a seconda della sfumatura che si vuole ottenere.
Altri dettagli dell'allestimento rendono il percorso nella mostra una continua scoperta, come ad esempio i timbri da apporre sul proprio diario di viaggio e lo spazio in cui è possibile cimentarsi nella scrittura di ideogrammi su piccole lavagnette in cui i segni vanno tracciati con le dita intinte nell'acqua.
Tutti gli elementi dell'esposizione sono curati al fine di immergere il visitatore in un'atmosfera dolce, rarefatta, in un contesto il più possibile in sintonia con le opere che presenta. Indubbiamente, questo obbiettivo viene raggiunto molto bene: la mostra merita che gli si dedichi una visita di almeno due ore, preferendo giorni e orari di minore affluenza per poterne godere al meglio.
Peccato che, come già accaduto per l'esposizione precedente nella stessa sede, sembra che gli organizzatori diano più importanza all'aspetto scenografico che a quello funzionale anche nell'uso della luce.
Il risultato è un'illuminazione perfettamente in linea con l'atmosfera che si vuole creare ma che non soddisfa appieno le necessità di una visione ottimale delle opere e in questo caso il difetto diventa palese riguardo alle stampe più grandi, illuminate solo per metà.
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Aprile 2009
Al MAXXI consegnato il premio alla carriera a Maurizio Cattelan
Al posto dell'artista si presenta Elio
Alcuni amano il suo lavoro mentre altri pensano che lui sia solo una persona molto furba; di certo, è un artista che sa come far parlare di sé.
Definito il più famoso artista italiano nel mondo, Maurizio Cattelan è uno dei nomi più quotati nel mercato dell'arte contemporanea, grazie alle sue opere ironiche e irriverenti che non risparmiano nessuno.
Proprio a Cattelan la Giuria della 15ª Quadriennale di Roma ha assegnato, lo scorso settembre, il premio alla carriera. Per questa ragione il MAXXI ha organizzato, in data 24 marzo 2009, una giornata di studi sull'artista come occasione di confronto tra Cattelan e un pubblico di appassionati, sperando soprattutto nella presenza si molti studenti dalle università della capitale.
Un gran numero di ragazzi è in effetti presente nella grande sala fredda del MAXXI ancora in via di costruzione. Dietro le vetrate, alle spalle delle personalità intervenute all'evento, gli operai si muovono e i lavori proseguono come se niente fosse.
Con un po' di ritardo, si inizia con i discorsi di rito che, attraverso le parole del presidente della Quadriennale, Gino Agnese, motivano la scelta di questo premio ad un artista, classe 1960, che ha davanti ancora diversi anni per proseguire la sua carriera.
Il premio è concepito più come una sorta di incoraggiamento a continuare nella straordinaria corsa (questo il significato di “carriera”) che ha portato l'artista alla fama di cui gode oggi. Cattelan viene descritto da Agnese come un artista discusso, spesso ricollegato alla figura di Duchamp e alle pratiche irriverenti delle Avanguardie; ciononostante è inserito nel sistema del mercato dell'arte e collabora con le istituzioni artistiche, pur prendendole in giro molto spesso.
Mentre questo discorso procede, un'attesa impaziente serpeggia nella sala e si percepisce chiaramente il fatto che c'è qualcosa di diverso da un classico evento di questo genere.
Tutti stanno aspettando che succeda qualcosa, ascoltano distrattamente mentre si voltano per tenere d'occhio la porta.
Del resto chiunque conosca Cattelan è portato ad aspettarsi qualcosa di sorprendente, in parte annunciato già dalla formula utilizzata nel comunicato stampa dell'evento: “L’artista ha annunciato la sua presenza, mantenendo, come di consueto, il massimo riserbo sulle modalità del suo intervento”.
Insomma,
cosa si sarà inventato questa volta? è la domanda che tutti si pongono. In altre occasioni in cui gli sono stati assegnati dei riconoscimenti, infatti, l'artista ha escogitato formule elusive, mandato messaggi, provocazioni.
Non è da lui presentarsi normalmente, ritirare il premio e rispondere alle domande, anche se secondo qualcuno proprio questa continua negazione di sé, da provocazione è ormai diventato un cliché.
Ad un certo punto, qualcosa accade: viene annunciato l'arrivo dell'artista ma dal fondo della sala si avvicina Elio di Elio e le Storie Tese che si presenta come Maurizio Cattelan.
Sorride, si siede al posto d'onore, accetta la medaglia e legge una piccola dichiarazione scritta. Poi, risponde alle domande con naturalezza, esprimendo il pensiero di Elio ma restando contemporaneamente per tutto il tempo nell'identità di Maurizio Cattelan. Nemmeno alla domanda dal pubblico che chiede quanto gli organizzatori sapessero di questo diversivo e come il premio sarebbe poi materialmente arrivato al vero Maurizio Cattelan, le carte vengono scoperte.
Nelle risposte Elio rimane comunque se stesso e nel corso della discussione i concetti di arte contemporanea e musica finiscono per sovrapporsi, diventando l'oggetto di uno spunto di riflessione su quale dev'essere il ruolo della cultura.
Elio, che mentre diverte la platea risponde anche piuttosto a tono alle domande, parla di un'idea sociale della cultura che deve cercare secondo lui di aprirsi al pubblico.
Come accade con il suo lavoro, che cerca di far conoscere ad un più vasto auditorio la musica contemporanea apprezzata finora da pochi intenditori, così l'arte deve riconciliarsi con il gradimento del pubblico se vuole incidere sulla realtà.
Senza diventare schiavi delle mode o di una logica commerciale in cui contano soltanto i numeri, per Elio/Cattelan è importante aprire ad un più vasto pubblico quelle forme spesso di élite, che sembrano compiacersi del loro essere per pochi.
Con una coerenza ammirevole, il gioco di interpretazione del ruolo di Cattelan viene mantenuto da Elio fino alla fine dell'evento, nelle interviste della stampa all'uscita dal MAXXI e perfino nella firma degli autografi di rito per il pubblico.
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Marzo 2009
Lynch (one): ritratto d'artista e della sua creatività totale
Un documentario ci racconta David Lynch alle prese con INLAND EMPIRE
Presentato all'edizione 2007 del Torino Film Festival, il documentario
LYNCH (one) è stato proiettato in anteprima anche a Roma, in occasione di n[ever]land, festival di cinema digitale tenutosi alla Casa del Cinema.
Girato da un fotografo di moda che si cela sotto lo pseudonimo di BlackANDwhite, il documentario, acquistabile online nella versione DVD, è un'ottima occasione per gettare uno sguardo ravvicinato sul lavoro del regista.
Per realizzarlo, il documentarista ha passato circa due anni assieme a David Lynch, durante la preparazione del suo ultimo film,
INLAND EMPIRE, presentato alla Mostra del Cinema di Venezia del 2006.
Le immagini del documentario permettono di seguire la nascita di questo film, girato tutto in digitale e portato avanti da Lynch come un esperimento, scrivendo le scene giorno per giorno.
Lo sguardo della telecamera, spesso fissa e poggiata a terra, diventa un occhio indiscreto che spia il lavoro del regista, permettendo allo spettatore di stabilire un senso di intimità come raramente accade rispetto ai grandi autori.
Siamo con Lynch mentre telefona a Jeremy Irons, prepara i video messaggi per gli utenti della community del suo sito, discute con i suoi collaboratori e fuma riempiendo di cicche il pavimento del suo ufficio.
Lo accompagniamo in Polonia a visitare edifici industriali abbandonati che fotografa emozionandosi entusiasta alla vista dei macchinari, delle tubature e dell'atmosfera che regna, fredda e lugubre. Siamo con lui anche sul set delle riprese di
INLAND EMPIRE, mentre sgrida alcuni collaboratori e spiega le scene ai suoi attori, tra cui Laura Dern, interprete dei film di Lynch già dall'epoca di
Velluto Blu e
Cuore selvaggio.
Ma se tutto questo può non stupirci più di tanto, quello che davvero è affascinante è vederlo impegnato nelle più diverse attività.
L'artista/artigiano David Lynch è sempre con le mani in pasta, spesso sporche di colore, inginocchiato a terra a preparare sfondi e scenografie per i ciak del suo film o impegnato a costruire con il legno.
Gli unici momenti nei quali questa attività febbrile si placa sono le sue meditazioni, una pratica che Lynch ha cominciato più di 30 anni fa e che gli permette di tuffarsi in un mare interiore di creatività da cui torna con le idee da realizzare nelle sue immagini.
Ecco dunque che, accanto alle attività quotidiane e al racconto di aneddoti di vita vissuta, quello che emerge da
LYNCH (one) è soprattutto il processo creativo nel suo compiersi, costellato di dubbi, esitazioni e momenti di incertezza sul da farsi.
Nel complesso, dunque, il documentario si presenta come un riuscito, per quanto inevitabilmente parziale, ritratto d'autore. Possono anche non piacerci i film di David Lynch ma questo non ci impedisce di apprezzare uno sguardo così intimo su un autore di cinema dal valore largamente riconosciuto.
Soprattutto, accompagnarlo dietro le quinte delle sue creazioni può aiutarci a capire un po' di più qualcosa che potremmo finora non aver apprezzato granché influenzandone, chissà, le future visioni.
www.lynchdocumentary.com
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Dicembre 2009