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Come cambia la fruizione cinematografica ai tempi del digitale
Hollywood trasmetterà i film in uscita direttamente sulla tv di casa
Per tutelarsi dalla pirateria, gli studios controlleranno però i nostri dispositivi home video; e la privacy?

La recente decisione della FCC, l'organismo governativo che negli USA regola il settore della Comunicazione, apre le porte a grandi cambiamenti nel mondo dell'entertainment. La Commissione infatti, dopo aver riflettuto per ben due anni, ha accettato la richiesta della MPAA che chiedeva di poter utilizzare il blocco selettivo delle uscite analogiche nei ricevitori via cavo e satellite installati nelle case degli americani.
Tutto è partito dall'idea di espandere l'attuale business cinematografico permettendo ai distributori di contenuti via cavo o satellite di trasmettere a pagamento i film in contemporanea o subito dopo la loro uscita in sala.
Prima di dare il via a questa nuova forma di fruizione però, l'Organizzazione americana dei produttori cinematografici (MPAA) i cui membri rappresentano i sette studios americani più importanti, ha voluto tutelare i suoi diritti contro la pirateria.
Permettere di registrare e copiare i film da casa a pochi giorni dalla loro uscita ucciderebbe le vendite di DVD, già adesso in difficoltà. Ecco perché la MPAA ha ha chiesto alla Commissione federale una deroga al divieto di usare questi sistemi di blocco a distanza (SOC, selectable output control), finora in vigore.
L'idea è di bloccare le porte analogiche non protette dei dispositivi casalinghi che permetterebbero di registrare facilmente i contenuti trasmessi, per usare invece i segnali digitali forniti di un dispositivo di protezione.
Ora, dopo ventiquattro lunghi mesi di valutazione, la FCC ha concesso la deroga sostenendo che questo nuovo servizio arricchirà l'offerta dei consumatori e che dunque la decisione va a beneficio dell'interesse comune. Inoltre, sempre secondo la Commissione, questo potrà agevolare la transizione verso i sistemi digitali funzionando da incentivo ad aggiornare i propri sistemi home video.

E proprio questo è uno dei punti sui quali si sono appuntate le numerose critiche che provengono in particolare dai gruppi che si occupano di difendere i diritti dei cittadini nell'epoca della cultura digitale, affrontando le questioni che essa fa emergere.
Infatti bloccare le uscite analogiche per contrastare la pirateria significherà che chi possiede una televisione costruita prima del 2004, che si collega al ricevitore satellitare con una connessione analogica o che non ha una connessione digitale, dovrà probabilmente sostituire il suo apparecchio se vorrà usufruire di questo allettante servizio.
Ma le critiche investono anche un altro punto fondamentale della questione, cioè la violazione della privacy e il controllo a distanza dei dispositivi privati degli utenti a cui si è appena dato via libera, nonostante la FCC abbia posto qualche limitazione.
Infatti è stato stabilito che il blocco potrà essere attuato solo per la durata di 90 giorni dalla trasmissione del film oppure fino alla sua uscita su supporto fisso. Inoltre, la Commissione ha chiesto alla MPAA un rapporto a cadenza biennale per accertarsi che questa misura serva effettivamente a contrastare la pirateria.
Un'ulteriore rischio per gli utenti è che questo blocco potrebbe impedire di effettuare registrazioni legali su alcuni registratori o altri dispositivi con connessioni analogiche.

Ma oltre ai singoli utenti, sarà soprattutto un'altra categoria a subire gli effetti di questa novità: quella degli esercenti cinematografici.
La MPAA sostiene che la sua iniziativa non sostituirà affatto la fruizione cinematografica perché è rivolta soprattutto a chi non ha la possibilità di andare in sala: genitori con bambini piccoli, disabili e tutti colori che non hanno un cinema a portata di mano.
Ma sarà davvero così?
Non sono pochi gli articoli in inglese riguardanti questa notizia che titolano sottolineando il danno per le sale. In effetti, se sarà possibile vedere i film da casa a breve distanza dalla loro uscita in sala, lasceremo lo stesso il divano per andare al cinema?
L'esperienza della sala e la dimensione sociale della fruizione cinematografica saranno argomenti sufficienti a convincerci? Una cosa è certa: il prodotto cinematografico si sta muovendo sempre più verso una dimensione individuale, solitaria e a domicilio.
Proprio il fattore pigrizia è ciò che ha permesso ai sistemi di noleggio DVD via posta o in streaming come Netflix di dominare il mercato statunitense occupando il posto che negli anni '90 era delle catene come Blockbuster, ora in crisi.
E se anche l'ultimo ritrovato della tecnica, la tecnologia 3D che prima potevamo sperimentare solo in sala sta per spostarsi nel nostro salotto grazie ai nuovi sistemi home video presto in commercio, chi riuscirà più a farci alzare dal divano?

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Maggio 2010





Gordon Levitt chiede aiuto agli utenti del suo sito per un film sui sogni ispirato ad Inception
hitRECord.org: il principio della collaborazione in rete applicato al cinema

Il film più recente in cui l'abbiamo visto è stato (500) giorni insieme: Joseph Gordon-Levitt è un giovane attore di talento che qualche anno fa ha deciso di dare una svolta alla sua carriera cominciando un progetto tutto suo: hitRECord.org.
Come molti altri attori affermati, ha deciso di passare dall'altra parte della macchina da presa e fondare una compagnia di produzione, ma in una maniera diversa dal solito.
Levitt ha deciso infatti di aprire un sito attraverso il quale poter condividere periodicamente i suoi progetti con gli utenti di Internet.
E proprio in questi giorni Levitt ha coinvolto la community di hitRECord.org nel più recente lavoro in cui gli è stato chiesto di collaborare: la realizzazione di un film sul tema dei sogni, diretto dal documentarista nominato agli Oscar Roko Belic.
Il film, finaziato da Christopher Nolan, è un progetto collaterale legato proprio all'uscita del suo Inception, prevista negli U.S.A. per il mese di Luglio.
Pellicola molto attesa che vede anche Levitt tra gli interpreti, Inception ha come protagonista Leonardo di Caprio nel ruolo di un ladro di informazioni dall'inconscio delle menti di persone che stanno sognando. Proprio per raccogliere immagini, video e animazioni che abbiano a che fare con i sogni, soprattutto nelle loro varianti archetipiche, Levitt ha deciso di usare hitRECord.org.

Nato circa cinque anni fa come spazio per pubblicare i corti che realizzava per conto proprio tra un film e l'altro, di recente questo sito è riuscito ad aggregare una vera e propria community. Il nome del progetto sottolinea l'invito a schiacciare il tasto Rec, cioè a registrare qualcosa e condividerlo ma a differenza di altri siti qui si parla in particolare di contributi audiovisivo creativi.
Levitt lo definisce come una società di produzione professionale che coinvolge utenti da tutto il mondo e li retribuisce quando i loro materiali finiscono nella versione finale di un progetto. Il patto è questo: gli utenti sono tenuti a sottoporre solo materiali propri, chiunque nella community è libero di modificarli così come lo staff che lavora con Levitt può lavorarci per tentare di farli fruttare economicamente; i contributi restano comunque di chi li ha prodotti che può sempre usarli per altri scopi.
A volte i progetti possono partire da Levitt che sottopone alla community un concept sul quale lavorare, come nel caso del film sui sogni di Belic, ma può anche accadere l'opposto. Può succedere che tutto nasca da una storia pubblicata da un utente, illustrata da un altro e animata da un altro ancora, senza che una mente sola coordini l'intero processo.

Internet diventa dunque un modo per lavorare con degli artisti freelance in tutto il mondo pagandoli per le loro idee e contributi, lasciandosi aperti a metodologie di lavoro non centralizzato. Insomma, non si tratta di un altro YouTube, né di un altro social network ma di un vero e proprio studio di produzione che lavora in rete e incoraggia la collaborazione e l'arte del remix.
In questo senso il progetto è curioso e originale: il cinema online finora era stato soprattutto canali di distribuzione in streaming, pirateria e visibilità per le riprese di chiunque, con una prevalenza di prodotti amatoriali. Qui si cerca di fare un passo in avanti, applicando in parte la filosofia dell'open source alla produzione audiovisiva ma cercando anche di superare il limite dei social network: la mancanza di un modello economico che permetta ai produttori di contenuti di essere pagati per il loro lavoro.
Insomma, un nuovo ibrido, forse non perfetto ma di sicuro interessante e con delle ricadute concrete. Infatti il proposito dichiarato di Levitt è quello di utilizzare la sua posizione nel mondo dello spettacolo per concretizzare i progetti nati sul sito.

Un esempio riuscito è stato l'evento messo in piedi all'ultimo Sundance Film Festival dove Levitt ha allestito un workspace nel quale per dieci giorni ha lavorato con alcuni collaboratori e con la community online. I materiali prodotti sono stati poi proiettati proprio all'interno del festival nel giorno della sua chiusura.
In questa occasione Levitt ha trovato anche uno sponsor, un produttore di hardware che ha permesso di mettere in pratica per la prima volta il proposito di hitRECord di pagare quegli artisti i cui materiali sono stati usati nel montaggio finale del progetto.

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Maggio 2010





Agora
di Alejandro Amenábar

I film storici sono spesso interessanti perché ci fanno conoscere epoche diverse dalla nostra mentre nel caso di Agora l'Alessandria d'Egitto del IV secolo d. C. ci fa riflettere proprio per alcune somiglianze con il mondo di oggi.
Protagonista della storia è Ipazia, una filosofa, matematica e astronoma, figlia del direttore della leggendaria biblioteca di Alessandria, che oltre ad insegnare studia gli astri cercando di capire ciò che regola i loro movimenti.
Ma fuori dalla biblioteca, roccaforte della cultura classica e pagana, lo scontro con il cristianesimo in ascesa comincia a macchiarsi di sangue, fino a diventare una lotta per il potere che i funzionari dell'Impero romano faticano a tenere sotto controllo.
Due personaggi maschili principali ruotano attorno ad Ipazia, attratti dal suo fascino: uno dei suoi studenti che la vorrebbe come moglie e uno schiavo che la desidera ma allo stesso tempo vede nel cristianesimo la possibilità di ribellarsi al sistema che lo tiene in schiavitù.
La visione del film suscita subito una prima considerazione: molto di ciò che noi oggi diamo per scontato è frutto di secoli di acquisizioni culturali, è una sorta di buon senso comune legato al nostro tempo che, così come in passato era diverso, potrebbe un domani essere del tutto ribaltato. In molti momenti del film lo spettatore sente l'impulso di esclamare “Come è possibile?”
Come è possibile che gli uomini arrivino ad uccidersi a causa delle loro idee religiose?
Come è possibile usare la religione per discriminare le donne e manipolare le opinioni delle persone? Come si può lasciare che una furia cieca e insensata distrugga secoli di sapere umano? E infine, come è possibile considerare blasfemo chi si interroga sui meccanismi dell'universo?
Basta però riflettere un attimo per capire che alcune di queste cose accadono ancora oggi, per quanto insensate possano apparire ai nostri occhi, proprio perché in alcuni contesti sono accettate e considerate come normali.
Rispetto al tema delle religioni in particolare, per esse l'uomo da sempre ha combattuto e ucciso: si tratta di fedi delle quali non riusciamo a fare a meno nonostante nelle loro versioni più estreme esse portino l'uomo a comportamenti assurdi. In questo senso a farci riflettere sugli eventi del film sono proprio alcune immagini che si ripetono diverse volte nel corso della pellicola: quelle delle stelle e del globo terrestre visto dallo spazio.
Queste inquadrature si riferiscono in primo luogo evidentemente agli studi di Ipazia sul movimento degli astri. Ma proprio le conclusioni di queste ricerche potrebbero portare uno sconvolgente cambiamento di prospettiva.
Scoprire che la Terra non è il centro dell'universo ma soltanto un puntino tra tanti altri oggetti celesti è rivoluzionario per il sapere umano perché ci fa capire quanto siamo piccoli. Analogamente, le varie immagini dall'alto che seguono le vicende nelle strade di Alessandria sembrano suggerire proprio un punto di vista che mette ogni cosa in prospettiva: vedere gli uomini uccidersi e distruggere gli antichi rotoli della biblioteca muovendosi come tante formiche impazzite ci fa capire quanto sia insensata ogni guerra basata sul fatto di non tollerare chi la pensa diversamente da noi.
Allo stesso tempo, visto che al centro di tutto sta proprio la fede nelle diverse divinità, un'ulteriore lettura di queste inquadrature dall'alto potrebbe essere proprio quella di uno sguardo divino, spettatore muto della stoltezza umana.
E i dettagli crudi sui quali di tanto in tanto il regista si sofferma non sono altro che il contraltare di queste visioni d'insieme, una sorta di sottolineatura degli effetti di tanta crudeltà e cecità.
Agora insomma non solo intreccia il potere, la religione e il desiderio di conoscenza attraverso il ritratto di un personaggio storico eccezionale, una donna tollerante e coraggiosa, ma riesce anche a farci riflettere sul nostro presente attraverso un'affascinante ricostruzione del mondo antico.

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Maggio 2010





Basilicata coast to coast
di Rocco Papaleo

Lo scopo principale di un film come Basilicata coast to coast è quello di far scoprire e promuovere una parte d'Italia poco conosciuta. Uno scopo legittimo e dichiarato dalle tante immagini del film che indugiano su paesaggi e vedute da cartolina.
E da questo punto di vista il primo lungometraggio di Rocco Papaleo centra senza dubbio il suo obbiettivo perché si muove attraverso panorami di grande fascino.
Un altro aspetto interessante del film è la musica, il collante che lega la scombinata carovana di amici di questo viaggio.
A decidere di attraversare la Basilicata a piedi sono infatti quattro musicisti dilettanti guidati da un professore di matematica, interpretato da Rocco Papaleo.
Selezionati per la serata finale del Festival del Teatro-Canzone di Scanzano Jonico, i quattro decidono di trasformare il breve percorso per raggiungere questa località in un vero e proprio viaggio, percorrendolo a piedi attraverso strade secondarie di montagna.
Nati come idea promozionale, questi dieci giorni un po' campeggio e un po' jam session saranno l'occasione per ognuno di capire qualcosa su se stessi.
La musica è dunque il filo rosso del loro percorso e assieme ad alcuni buoni spunti comici è uno degli aspetti migliori del film.
Ad essere deboli sono invece la storia e i personaggi, dunque la sceneggiatura, scritta da Papaleo assieme a Valter Lupo. L'idea del viaggio alla scoperta di se stessi avrebbe potuto infatti essere sfruttata per imbastire un percorso di maggior spessore, mentre la costruzione dei vari personaggi si riduce a pochi tratti.
Per tutti alla fine del viaggio c'è una sorta di chiusura, a volte piuttosto semplicistica, rispetto ai problemi coi quali erano partiti.
Dunque se l'idea di un road movie a sfondo musicale nei paesaggi dell'Italia del sud è una buona base di partenza che riesce anche a far sorridere con alcuni spunti divertenti, alla fine dei conti allo spettatore resta la delusione per i tanti elementi della storia non approfonditi. Alle azioni dei personaggi quello che manca sono spesso proprio le motivazioni, la sostanza dietro le vicende. Emblematico in questo senso è il personaggio interpretato da Giovanna Mezzogiorno che rimane un rompicapo per chi guarda il film.
Si tratta di una giovane giornalista, figlia di un importante politico che lavora in un piccolo giornale di provincia e accetta con riluttanza l'incarico di seguire il viaggio della scombinata carovana per documentarlo.
Di lei non capiamo né cosa l'abbia portata a fare quel lavoro, né il rancore verso il padre, né il repentino cambiamento di atteggiamento verso il resto del gruppo.
Dopo una iniziale fase di freddezza infatti, la giornalista decide di unirsi al viaggio e documentarlo lei stessa con la telecamera, scoprendo che quella che all'inizio le sembrava una scena monotona può rivelarsi un buon materiale da filmare, come lo è per il regista del film. Basilicata coast to coast è dunque una buona idea che poteva essere sviluppata meglio ma che riesce lo stesso a far passare una serata piacevole ma non esilarante a tutti; quelle risate sonore e a pieni polmoni che avete sentito in sala e non riuscivate a spiegarvi venivano molto probabilmente da un pubblico di parte, magari con le stesse origini lucane di Papaleo.

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Aprile 2010





L'uomo nell'ombra
di Roman Polanski

A leggere la trama di questo film viene subito da pensare ad un thriller di tutto rispetto, di quelli capaci di coinvolgerti e tenerti col fiato sospeso fino alla fine.
Gli elementi dell'intrigo perfetto in effetti ci sono tutti, dalla location misteriosa e inquietante, ai segreti che man mano vengono a galla, fino all'intreccio politico. Protagonista della storia è un ghost writer inglese, un autore che si occupa di redigere testi firmati da qualcun altro.
Il suo agente gli propone un lavoro che gli frutterà molto bene: portare a termine l'autobiografia dell'ex Primo Ministro britannico, Adam Lang, lasciata incompiuta dal suo precedente ghost writer, morto in seguito ad un incidente sospetto.
Anche se titubante il protagonista accetta il lavoro e il suo rigidissimo protocollo che lo obbliga a lavorare soltanto nella casa di Lang dove il manoscritto è tenuto sotto chiave.
In questa moderna costruzione con le pareti vetrate e il salotto in pelle nera su una desolata e ventosa isola degli States, lo scrittore conosce lo staff che ruota attorno al politico, compresa la moglie, una donna acuta e sospettosa, con l'aria della belva in gabbia.
Mentre comincia il lavoro sul manoscritto, la situazione precipita: un ex ministro accusa Lang di aver autorizzato la cattura di alcuni sospetti terroristi in seguito torturati dai servizi segreti statunitensi.
La stampa accorre sull'isola e nel frattempo il protagonista scopre alcuni indizi raccolti dal suo predecessore, cominciando a sospettare che la sua morte non sia stata un incidente casuale. Segue le tracce che lo portano a dipanare l'intrigo politico la cui chiave sembra risiedere proprio nel manoscritto stesso.
Si, è vero, gli elementi ci sono tutti e leggendo la trama viene voglia di vedere il film per conoscere tutta la storia. Peccato però che la visione della pellicola non mantenga le promesse del suo intreccio: gli ingredienti del genere si rivelano infatti molto più simili a degli stereotipi.
Anche se abbiamo il luogo isolato ed inquietante, l'uomo comune che si ritrova coinvolto in un mistero più grande di lui del quale man mano vengono a galla alcuni indizi, tutto questo sembra svolgersi sempre in superficie, senza andare mai in profondità, né a livello di emozioni né di personaggi.
Più di tutto si sente la mancanza di un preciso senso di identificazione col protagonista ed è forse questo ad impedire al film di trasmetterci quella suspence che il genere presuppone.
La figura dello scrittore non viene quasi per niente approfondita e dunque, pur essendo il classico uomo comune, noi non riusciamo davvero a riconoscerci in lui.
Anche lo stile del film, per la maggior parte convenzionale, più che avvicinarsi ai modelli del cinema classico in questo caso a tratti sfiora lo stereotipo e il didascalico.
Il parallelo da molti tirato in ballo riguardo a L'uomo nell'ombra con i film di Alfred Hitchcock sembra del tutto inopportuno, almeno a livello di risultati, perché in questo caso manca proprio quel meccanismo ben oliato che nel cinema classico riesce a trascinare lo spettatore dentro il film. Un livello di suspence e tensione molto diverso è quello che si trova nelle pellicole di Hitchcock dove lo spettatore sente davvero di potersi identificare con quell'uomo medio coinvolto in una situazione drammatica che rischia di stritolarlo.
Non solo, ma il mistero celato nel corso della storia finisce per risolversi in una specie di indovinello da film giallo che ci lascia con un pizzico di delusione.
A conti fatti la cosa più riuscita del film è forse la scena finale: insensata e spiazzante, conclude il racconto di un mistero che non è mai stato poi così tanto interessante.

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Aprile 2010





Moon
di Duncan Jones

Al giorno d'oggi «fantascienza» significa il più delle volte tanta tecnologia e fantasiose maniere di salvare la Terra dall'ennesimo pericolo di distruzione.
Moon, al contrario, strizza l'occhio ai classici del genere come Alien e 2001: Odissea nello spazio, dei quali il regista Duncan Jones è un fan appassionato e utilizza il futuro come scenario per una storia di grande intensità. Protagonista del film è Sam Bell, un astronauta che ha passato gli ultimi tre anni da solo nella base terrestre installata sulla Luna per produrre energia per il nostro pianeta.
A due settimane dal suo ritorno a casa, Sam comincia ad avere delle allucinazioni e a pensare che qualcosa non va.
Il fulcro del film è proprio l'interpretazione dell'attore Sam Rockwell che ha dovuto moltiplicarsi interpretando più di una parte: il protagonista scopre infatti di non essere il vero Sam Bell ma soltanto un suo clone proprio quando incontra un altro clone pronto a sostituirlo.

Il tema principale del film può essere dunque considerato quello dell'identità: cosa succederebbe se ci trovassimo di fronte qualcuno uguale a noi, ma soprattutto se scoprissimo che quella che credevamo essere la nostra identità è in realtà una costruzione fasulla?
Nel caso di Sam, lo stress di tre anni di solitudine lontano dalla civiltà lo ha portato ad aggrapparsi, ancor più di quanto ognuno di noi faccia, ai suoi ricordi felici.
Ed è proprio quando scopre che quei ricordi non sono altro che registrazioni copiate, brandelli di vita terrestre del vero Sam Bell, che il protagonista si confronta con la realtà e va in pezzi. Prima di quel momento infatti sembrava aver accettato rapidamente e in modo quasi indolore la presenza nella base di qualcuno uguale a lui, come se la fiducia nelle sue percezioni fosse talmente minata dopo tanta solitudine da non avere neanche più la forza di opporsi, di difendere la sua identità.
Dunque a tradire il protagonista, in questo caso, non sono le macchine, come spesso accade nelle storie di fantascienza, bensì il nocciolo più profondo di se stesso.
Il film gioca con questo cliché, lasciandoci sospettare che sia l'assistente tecnologico GERTY il responsabile degli strani eventi che si verificano.
In realtà sono stati altri uomini, funzionari di un'azienda che vediamo solo in un'immagine registrata nel loro ufficio sulla Terra, ad architettare un modo per risparmiare denaro e usare all'infinito cloni dello stesso uomo senza pensare però ai rischi che comporta per un essere umano scoprire di essere la copia di qualcun altro.
Come per un paradosso, la programmazione assegnata alla macchina di proteggere Sam, o meglio ognuno dei suoi cloni, fa sì che proprio GERTY sia l'unico ad aiutare i due protagonisti a scoprire la verità e noi spettatori a venire a capo dell'intreccio di ruoli.
Un elemento curioso del film è appunto la capacità della storia di costruire in noi una percezione diversa di due personaggi interpretati dalla stessa persona.
Ciò è dovuto anche al loro aspetto oltre che alle sfumature della recitazione: le fattezze dei due Sam infatti si diversificano sempre più man mano che il corpo dell'uno si corrompe, forse a causa di un difetto nel suo dna clonato, mentre l'altro, un clone appena risvegliato dal suo sonno, ci sembra quasi troppo perfetto e “finto” per essere un uomo vero.
Ma la nostra percezione del primo Sam come più umano del secondo è dovuta anche a ciò che il film ha stabilito fin dall'inizio, facendo credere anche a noi, come a lui, che egli fosse un uomo con dei ricordi veri.
Per un po' scambiamo addirittura il nuovo clone per il vecchio, per capire solo dopo di essere stati doppiamente ingannati e ridare senso al tutto, continuando a sentirci emotivamente più vicini al Sam il cui aspetto peggiora sempre di più.
L'intero film si svolge sulla Luna, tra il bianco che domina nella base e il grigio argenteo delle scene sul suolo lunare, mentre la Terra è vista sempre da lontano, dallo spazio oppure nei messaggi all'interno degli schermi.
Ma nonostante tutto si svolga in questi ambienti ristretti, il film ha gli ingredienti drammatici e la durata perfetta per risultare avvincente.

Negli scopi della pellicola non c'era solo quello di emozionare gli spettatori, ma anche di trattare una prospettiva che potremmo vedere avverarsi nel futuro.
Infatti la base terrestre di Moon si occupa di estrarre dal suolo lunare l'elio 3, un isotopo dell'elio che è l'ingrediente fondamentale della fusione nucleare, un processo che sprigiona una grande quantità di energia senza produrre scorie radioattive.
L'idea di raccogliere questo elemento, trasformarlo in liquido e spedirlo poi sulla Terra per essere usato come carburante della fusione nucleare potrebbe dunque non essere una prospettiva così improbabile se gli scienziati riuscissero a controllare questo processo, che per ora stanno ancora studiando.
Presentato in importanti festival internazionali, il film è uscito in Italia ottenendo scarso successo nelle sale.
Le proiezioni nei circuiti di cinema d'autore o l'alternativa dell'home video sono però l'occasione di non farci scappare un film che merita di essere visto.

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Aprile 2010





La prima cosa bella
di Paolo Virzì

La prima cosa bella è un film corale che intreccia le storie di molti personaggi; potremmo però anche definirlo come la storia di un figlio ultra trentenne, con il volto di Valerio Mastrandrea, che torna nella città natale quando la salute della madre si aggrava e ripercorre le vicende della sua infanzia.
Proprio la mamma, interpretata da Micaela Ramazzotti e da Stefania Sandrelli, è l'altro polo della relazione genitore-figli che domina il film: una mamma sempre serena di fronte ai suoi bambini, indipendentemente da ciò che le accade, forse perfino incosciente ma che sembra capace di dimenticare e far dimenticare ogni guaio con una canzone e un abbraccio.
Il film, mescolando sapientemente passato e presente, ci racconta il rapporto di Bruno e della sorella Valeria ormai cresciuti con la madre ammalata, alternandolo con le vicende della loro infanzia. Nella Livorno degli anni '70 Anna è una donna giovane e bella con un marito geloso che non sopporta gli apprezzamenti degli altri uomini su di lei.
Dalla fascia di «mamma più bella» vinta in uno stabilimento balneare di Livorno cominciano i litigi che la portano a scappare di casa coi suoi figli in una notte di pioggia.
Da qui in avanti per i due bimbi non ci sarà più pace: trascinati da un posto all'altro, ripresi dal padre e poi nuovamente dalla madre, vedranno quest'ultima accettare l'aiuto di una serie di uomini all'apparenza galanti ma tutti inevitabilmente interessati ad ottenere da lei qualcosa in cambio.
Anna viene dipinta come una donna ingenua e poco avvezza al mondo e ai suoi meccanismi, quasi fin troppo per essere credibile, così come i suoi due bambini sembrano troppo docili per essere veri.
Mentre Valeria, presa nel suo mondo infantile sembra ignara di quel che accade, Bruno è perennemente corrucciato, come se sentisse di dover proteggere la madre dalla sfilata di uomini che le passano accanto.
Tra i tanti impieghi che questi accompagnatori temporanei procurano ad Anna e nei quali lei si improvvisa, c'è anche quello di comparsa su un set cinematografico d'autore: qui intravediamo Dino Risi e Marcello Mastroianni, come a dire che il cinema italiano guarda al suo passato glorioso.
Anche a livello dei personaggi tutta la storia sembra un confronto col passato nel tentativo di capire, ora che la vita di Anna è quasi alla fine, come Bruno sia arrivato a provare quel senso di insoddisfazione, quasi un male di vivere, che dimostra nel presente.
Ma nonostante il tentativo di proteggere la madre e il mancato rapporto col padre, tutto sommato non possiamo dire di riuscire a capirlo del tutto.
Possiamo ipotizzare che Bruno fatichi a diventare adulto perché nessuna figura di uomo, tra quelle che ha conosciuto accanto alla madre, è stata un esempio positivo.
Ciononostante il rifiuto di seguire i suoi sogni e il suo talento ci sembrano una sconfitta che non ripaga la tenacia con cui sua madre ha invece tentato di tenersi a galla per tanti anni pur affidandosi, forse consapevolmente, al suo fascino di donna.
Ed è proprio di fronte all'ennesima relazione della madre che a diciotto anni Bruno scappa di casa, per la vergogna del modo in cui lei li ha cresciuti.

Scorrevole e godibile, il film ci fa sia ridere che piangere e riesce anche a farci riflettere, soprattutto sul rapporto genitori e figli.
Non solo sulle conseguenze che le azioni dei genitori hanno sulla vita dei figli ma anche su come i figli diventati adulti si trovano a relazionarsi con il loro passato soprattutto quando i ruoli si invertono ed è il momento di prendersi cura dei propri genitori.
L'unica pecca in una formula forse anche troppo perfetta è il finale, quando l'aspetto comico viene eccessivamente ostentato come se, laddove il dramma tocca il suo apice, dovesse farlo anche la commedia.

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Marzo 2010





Shutter Island
di Martin Scorsese

Per la maggior parte dei film è possibile scrivere una recensione che accenni alla trama senza rovinare la visione agli spettatori che non sono ancora andati al cinema.
Anche se è sempre meglio vedere i film ignorando ciò che è stato scritto su di loro, per andare a curiosare tra le critiche soltanto dopo, la recensione può così assolvere la sua funzione di guida alla scelta di cosa vedere in sala.
In questo caso però, trovo particolarmente difficile parlare di Shutter Island senza dire nulla che possa pregiudicarne la visione e mi si impone perciò la scelta tra un resoconto molto più generico del solito e una descrizione approfondita.

La mia soluzione è questa: se non avete ancora visto il film, non continuate a leggere questo testo. Se quello che cercavate era un consiglio, la risposta è “Si, vale la pena andare al cinema per vedere Shutter Island”; andate in sala e rimandate la lettura a dopo la visione. Per tutti gli altri, la recensione comincia da qui.

L'ultimo film di Martin Scorsese, nel quale il regista collabora nuovamente con Leonardo di Caprio è allo stesso tempo affascinante, coinvolgente ed inquietante.
Siamo negli Stati Uniti degli anni '50 e la pellicola comincia con un Leonardo di Caprio dall'aria molto sbattuta, alle prese con i sintomi del mal di mare sul traghetto per Shutter Island. Questo inospitale pezzo di roccia in mezzo all'acqua è la sede di un ospedale/penitenziario che si occupa dei criminali considerati malati di mente.
Di Caprio è Teddy Daniels, un poliziotto federale inviato sull'isola assieme ad un collega per indagare sulla fuga di una paziente dell'istituto.
Proprio nella scena dell'arrivo dei due agenti sull'isola, qualcosa ci sembra subito fuori posto: una musica quasi ridicola enfatizza in maniera eccessiva il carattere inquietante del luogo, mentre la frase del capitano del traghetto che preannuncia l'arrivo di una tempesta, svelando banalmente il fatto che i due rimarranno bloccati sull'isola, sembra un errore da dilettanti. Mentre l'indagine comincia, la trama diventa man mano più fitta ed emergono alcuni ricordi dolorosi del protagonista: l'esperienza traumatica vissuta combattendo nella Seconda guerra mondiale e la morte della moglie.
Scopriamo così che il vero motivo per cui Daniels si trova sull'isola è trovare il piromane che ha dato fuoco alla sua casa uccidendo sua moglie e raccogliere le prove che nell'ospedale si conducono esperimenti sulla mente dei pazienti.
Cominciamo a pensare che siamo di fronte al classico personaggio che ha ficcato il naso dove non doveva e ben presto si ritroverà in trappola. Shutter Island si basa completamente, più di ogni altro film, sulla nostra identificazione con il suo protagonista, in tutti i sensi.
Non soltanto stiamo dalla sua parte e proviamo le sue emozioni ma basiamo la nostra interpretazione di ciò che vediamo sul suo modo di vedere la realtà.
Così, man mano che attorno a lui si stringe il cerchio di chi non vuole che scopra la verità, in noi aumenta il senso di angoscia e di inquietudine. Si profila addirittura l'idea che per eliminarlo, i dottori dell'ospedale potrebbero decidere di farlo passare per pazzo, trasformandolo in un paziente dell'ospedale.
L'aspetto più sconvolgente che viene messo in luce nel film è proprio il fatto che se in un ambito ristretto un certo numero di persone si accorda su una certa versione dei fatti, questa può diventare la realtà, soltanto perché tutti sostengono che lo sia.
Chiunque non sia d'accordo può essere fatto passare per pazzo e proprio per questo qualunque cosa egli dica non avrà valore. Ciò emerge in maniera prepotente quando, nel momento in cui Daniels pensa di aver scoperto ciò che accade sull'isola, la situazione si ribalta completamente.
Quello che sapevamo essere il suo collega poliziotto si presenta come il suo psichiatra e gli rivela che in realtà egli è un paziente dell'ospedale, richiuso sull'isola già da due anni per l'omicidio della moglie, compiuto dopo aver scoperto che lei aveva annegato i loro tre figli. Tutto quello che abbiamo visto prima sarebbe stato dunque un enorme gioco di ruolo messo in piedi per dimostrare come un paziente di questo tipo possa essere curato facendogli rivivere e accettare il suo trauma piuttosto che con un'operazione chirurgica.
Pur non essendo violenta, questa scena riesce ad essere in un certo senso agghiacciante.
Noi siamo esattamente nei panni del protagonista e oscilliamo tra due interpretazioni opposte della storia. Dapprima rifiutiamo queste parole e vorremmo noi stessi ribellarci, dire al protagonista che sappiamo che è un poliziotto, uno dei buoni e soprattutto che non è pazzo. Ma un attimo dopo non ne siamo più certi, dubitiamo mentre anche lui vacilla. Continuiamo a oscillare tra un'interpretazione e l'altra, rivedendo sotto una nuova luce l'intera storia finché compare un flashback della scena in cui lui torna a casa, trova i figli annegati e uccide la moglie. Il finale del film ci lascia nel dubbio: non riusciamo ad essere certi che l'ammissione del protagonista di questo suo passato sia sincera, né possiamo essere del tutto convinti che egli sia davvero un'omicida.

Retrospettivamente ci è però ora possibile rileggere alcuni elementi del film: quell'inizio così enfatico si sembra adesso un segnale che serviva a suggerirci da subito che ciò che stavamo vedendo era una messa in scena.
Allo stesso modo alcuni dettagli dei sogni e delle visioni del protagonista ai quali sul momento avevamo dato poco peso, sembrano giocare a favore dell'interpretazione proposta dai dottori dell'ospedale.
Shutter Island si chiude così, mandandoci a casa con un senso di inquietudine netto e profondo ma soprattutto lasciandoci con una domanda sulla quale riflettere: chi decide che cosa è “vero”?

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Marzo 2010





Invictus
di Clint Eastwood

La storia di Invictus si svolge in Sudafrica negli anni '90 e fin da subito il film ci presenta i suoi elementi fondamentali: lo sport, la politica e la separazione tra neri e bianchi che vige in questo paese.
La vicenda raccontata dall'ultimo film di Clint Eastwood si concentra proprio sul tentativo del neoeletto presidente Nelson Mandela di diffondere l'idea dell'integrazione razziale combattendo la precedente politica dell'apartheid.
A questo scopo, la sua lungimiranza lo porterà ad utilizzare un evento simbolico come la Coppa del Mondo di rugby del 1995 per veicolare un senso di appartenenza nazionale che possa unire tutti quanti sotto la stessa bandiera.
A definire la cornice storica, il contesto politico da cui prende avvio la vicenda, ci pensa una breve introduzione ricostruita con lo stile dei servizi televisivi che si assume così una funzione simile a quella che nel cinema classico è di solito ricoperta dall'establishing shot.
In effetti proprio il cinema classico è il modello più forte a cui poter accostare questo film, dove sembra siano state seguite tutte le regole canoniche di una costruzione cinematografica che punta sulla forza della narrativa.
Abbiamo infatti una storia avvincente, una personalità carismatica portatrice di un forte messaggio, una seria di narrazioni minori che scorrono in parallelo rispetto alla principale e soprattutto un meccanismo di crescendo emotivo.
Il coinvolgimento dello spettatore viene attentamente controllato e portato fino al culmine dell'immedesimazione nel finale grazie all'uso della musica, del ralenti e di vari effetti sonori. E così, appena finito il film, si prova una sorta di brusco risveglio: si torna alla realtà con la netta sensazione di aver sperimentato delle emozioni attentamente pianificate per noi e dunque anche con un un retrogusto che sa di artificioso.
Ciononostante, resta il valore del messaggio di cui il film si fa portatore che è anche il punto di forza della storia. La volontà di un uomo di intervenire sul futuro del proprio paese, sfruttando non solo i mezzi della politica ma anche il senso di partecipazione della competizione sportiva per riconciliare le due anime del Sudafrica, è un esempio che non può lasciare indifferenti.
In questo senso l'alter ego dello spettatore all'interno del film sembra essere il capitano della squadra, interpretato da Matt Damon che si dimostra più sensibile degli altri alla filosofia promossa da Mandela e dunque cerca di trascinare i suoi compagni, ormai conscio del valore simbolico che avrebbe una vittoria della sua squadra.
Sono poi proprio le piccole storie all'interno di quella principale a rafforzare il messaggio, mostrando come la diffidenza e l'ostilità reciproca siano realtà diffuse, radicate e difficili da combattere. Resta però anche il fatto che, avendo scelto di raccontare solo una piccola porzione di eventi storici, l'inevitabile processo di selezione che il film ha dovuto affrontare, ha lasciato alcune aree da colmare.
Nonostante non fosse possibile, né fosse nelle intenzioni del regista, raccontare per intero le vicende del Sudafrica, si sarebbe potuto aggiungere qualche piccolo dettaglio per aiutare a chiarire il quadro generale.
La sequenza iniziale alla quale, come detto, spetta questo compito, tralascia un'informazione importante: nonostante il film faccia più volte riferimento al lungo periodo passato in carcere da Mandela, non se ne esplicita mai la causa, né in negativo né in positivo.
Lo spettatore, libero di ignorare i fatti al momento della visione del film, non può che continuare a chiederselo fino alla fine dello spettacolo, aspettando di tornare a casa per potersi togliere il dubbio.

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Marzo 2010





Amabili resti
di Peter Jackson

La migliore caratteristica del nuovo film di Peter Jackson è di non essere un film piatto, uno di quelli che si possono inserire a prima vista nella casella di un genere specifico. Certo, una sottile atmosfera di inquietudine lo domina, ma nonostante la presenza di una scena da maestri del thriller, Amabili resti è molto più di questo.
La protagonista del film è Susie Salmon, una ragazzina di 14 anni curiosa, intraprendente ma anche un po' timida.
La storia comincia con la sua voce narrante che quasi subito ci racconta di essere stata uccisa proprio all'età di 14 anni da un vicino di casa.
Dunque quando vediamo Susie uscire da scuola, tagliare attraverso i campi per tornare a casa e incontrare proprio il suo inquietante vicino, per quanto forte sia la nostra speranza che le cose vadano diversamente, sappiamo già quello che avverrà.
È da qui in avanti che il film può cominciare a stupirci con il suo mix di tonalità differenti. Si comincia con il dolore dei genitori: da una parte il padre, interpretato da un Mark Wahlberg per fortuna un po' più espressivo rispetto al precedente Max Payne, che affronta il dolore non dandosi per vinto e continuando a cercare l'assassino della sua bambina. Dall'altra parte la madre, interpretata da Rachel Weisz, che per riuscire a venire a patti con una perdita così grande non riesce a trovare altra soluzione se non quella di allontanarsi per un po' dai due figli che le rimangono.
Proprio la sensibilità del fratellino più piccolo di Susie riesce a percepire la presenza della sorella, ancora vicina alla sua famiglia. Susie infatti viene rappresentata in una zona di passaggio tra la Terra e il cielo, un punto d'osservazione dal quale segue quello che accade alla sua famiglia cercando in qualche modo di farsi sentire da loro.
È proprio nel descrivere questo mondo altro che il film riesce ad utilizzare al meglio i mezzi del cinema rendendo percepibili i differenti livelli di realtà attraverso cui si muove la storia. La maestria del regista è visibile soprattutto nella capacità di rendere distintamente con le immagini la compresenza eppure l'enorme distanza che separa questi due mondi. Nonostante queste serie premesse e il percorso di accettazione del dolore che tutti i personaggi devono affrontare, il film riesce perfino ad essere divertente grazie ad un breve intermezzo che sfrutta la bella interpretazione di Susan Sarandon: una nonna perennemente attaccata alla bottiglia e un po' cinica che però resta vicino alla famiglia nel momento del bisogno.
Peccato soltanto che, arrivati alla fine del film, con un più di un motivo per avere gli occhi lucidi, l'ultima frase suoni piuttosto stonata. Si poteva evitare di augurare a tutti gli spettatori una vita lunga e felice; di certo se questo finale è stato ripreso dal libro, leggerlo sulla pagina doveva fare un effetto migliore.

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Febbraio 2010





Dieci inverni
Il debutto alla regia di Valerio Mieli, tra Venezia e Mosca

Dieci inverni è la storia di una lunga relazione, tra le altre cose anche d'amore.
Due ragazzi si incontrano sullo stesso vaporetto, entrambi all'inizio della loro vita da adulti, appena arrivati a Venezia portando soltanto uno zaino e le loro radici (un albero per lui, una lampada per lei).
Nel corso dei dieci anni successivi le loro strade si incroceranno spesso, in un continuo perdersi e ritrovarsi, dentro e fuori da un rapporto che assume varie forme per approfondirsi man mano sempre di più.
Alla vita della romantica laguna fa da controcanto la gelida Mosca, città nella quale Camilla si trasferisce per circa due anni a causa degli studi.
Entrambe creano uno sfondo surreale quanto basta per la storia e a cavallo tra l'umidità dell'una e la neve dell'altra, gli inverni si susseguono finché il rapporto di Camilla e Silvestro sembra quasi completo.
Tra di loro ci sono confidenza, condivisione, supporto: tutto quello che c'è in un rapporto d'amore, ma senza l'amore. I due potrebbero vivere così per sempre e forse per questo evitano di essere sinceri rispetto ai loro sentimenti e a ciò che si aspettano l'uno dall'altro. Ma le situazioni cambiano: occasioni e nuove conoscenze, portano i due su strade diverse e con differenti partner fino al punto in cui sembra troppo tardi per decidersi a confessare i propri sentimenti.
Debutto del regista Valerio Mieli, Dieci inverni sembra ruotare attorno a due temi fondamentali: tempismo e destino. La storia che il film ci racconta è tutto sommato abbastanza verosimile: in effetti, a chi non è capitata una cosa bella in un momento sbagliato?
Quello che sembra inverosimile è invece come due persone possano evitare di impegnarsi in un confronto sincero così a lungo. Ancora più inverosimile è poi che la vita conceda loro così tante occasioni per recuperare un treno perso.
Al di là di questo, la storia di Camilla e Silvestro non può non farci pensare a quanto fragile e complicato sia il ritmo all'interno del quale ci muoviamo e a quanto le coincidenze (o il destino?) condizionino le nostre vite.
In chiusura, una nota la merita lo sfondo principale del film: una Venezia di tutti i giorni nella quale le location reali (come la piccola casetta di Camilla sulla punta estrema dell'Arsenale) vengono rielaborate e usate per costruire una geografia immaginaria.
Unica stonatura a questa collezione di piccole calli, appartamenti minuscoli e piazze vuote è un'inquadratura notturna di piazza San Marco: forse un inevitabile tributo da pagare ad una Venezia, una volta tanto, senza turisti.

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Febbraio 2010





Sundance Film Festival 2010
Vincitori, titoli da non perdere e nuove forme di condivisione direttamente da Park City, Utah

Si è recentemente conclusa l'ultima edizione del Sundance Film Festival, tenutasi a Park City, nello stato dello Utah.
Nonostante se ne senta parlare poco in Italia, il Festival cresciuto sotto l'egida di Robert Redford come spazio di visibilità per il cinema indipendente, spesso scopre degli ottimi titoli di giovani registi che poi arrivano anche al grande pubblico (un esempio per tutti: Juno). Diamo allora un'occhiata ad alcuni film presentati quest'anno, per sapere quali saranno le pellicole da tenere d'occhio, nella speranza che vengano acquistati e distribuiti in Italia.
Cominciamo con i premiati ufficiali: secondo il voto della giuria il miglior film di fiction è stato Winter's Bone, diretto da Debra Granik, mentre nella sezione documentari Restrepo, di Tim Hetherington e Sebastian Junger ha sbaragliato la concorrenza.

Winter's Bone è la storia di una adolescente di 17 anni che si ritrova ad occuparsi dei suoi fratelli gemelli più piccoli mentre cerca di ritrovare il padre, uno spacciatore scomparso dopo aver venduto la loro casa. Tratto dall'omonimo romanzo di Daniel Woodrell, il film ambienta questa ricerca sullo sfondo della foresta di Ozark, nel Missouri.

Restrepo è invece il debutto alla regia del duo composto da Tim Hetherington, già operatore cinematografico e Sebastian Junger, giornalista con esperienza di reportage da zone di guerra. Con questo documentario i due hanno cercato di rappresentare la guerra dal punto di vista dei soldati, trascorrendo un intero anno di vita assieme ad un plotone nella valle di Korengal, roccaforte dei Talebani nella zona est dell'Afghanistan.

Il premio del pubblico è invece andato a HappyThankYouMorePlease, una commedia sentimentale fuori dagli schemi del classico modello hollywoodiano che intreccia le storie di tre coppie sullo sfondo della città di New York. Il film è stato scritto, diretto e interpretato, nel ruolo del protagonista, da Josh Radnor, già noto per la serie How I Met Your Mother.

Nella sezione documentari la valutazione popolare ha premiato Waiting for Superman, diretto da Davis Guggenheim, regista di An Inconvenient Truth. Questa volta sotto accusa è il sistema educativo americano, del quale viene messa a nudo la situazione drammatica; il film è già stato acquistato dalla Paramount.

Oltre a non perdere di vista i titoli vincitori, altri suggerimenti di film da vedere arrivano dai tanti critici e blogger che hanno commentato il festival online.
In particolare il parere di molti di loro è stato raccolto in un sondaggio realizzato da IndieWire, il cui risultato vede al primo posto tra i film in concorso GasLand, segnalato con un premio speciale anche dalla giuria, seguito da 12th & Delaware e Blue Valentine.

Partiamo da GasLand: firmato dal regista Josh Fox, questo documentario si occupa di ecologia, in particolare dello scontro tra gli interessi delle multinazionali e quelli della popolazione americana, sul fronte dell'estrazione del gas naturale.
Tutto è cominciato da un'esperienza diretta del regista: una compagnia di estrazione gli aveva offerto una grossa somma per una proprietà di famiglia in Pennsylvania ma prima di vendere Josh Fox voleva capire quale sarebbe stato l'impatto di questo genere di attività sull'ambiente e così è nato il suo documentario.

12th & Delaware, di Rachel Grady e Heidi Ewing, si occupa invece del controverso tema dell'aborto, esplorando, in senso letterale, entrambi i lati della questione.
Le registe hanno infatti filmato per la prima volta dall'interno uno dei 4000 centri degli USA che si occupano di convincere le donne a non interrompere le loro gravidanze.
Questi centri si presentano in tutto e per tutto come delle cliniche e spesso vengono scambiati proprio per quelle cliniche per aborti vicino alle quali sorgono, approfittando dello stato emotivo delle donne che stanno per fare questa difficile scelta.
Per rendere giustizia alla complessità del problema le registe hanno deciso di includere nel loro documentario anche l'altro punto di vista, cioè quello della clinica per aborti che si trova dall'altro lato della strada rispetto a questo centro. Girato per la HBO Documentaries, il film ha fatto capire alle due registe che negli USA, dove ormai più della metà della popolazione si dichiara in favore della difesa della vita, l'aborto, pur se legale, è diventato una sorta di tabù per le donne.

Blue Valentine di Derek Cianfrance è invece una storia d'amore tutta giocata sull'intensità dei personaggi protagonisti, interpretati da Ryan Gosling e Michelle Williams.
Il film si sviluppa tra il presente della loro vita matrimoniale, con una figlia e il passato del loro primo incontro, per capire in che punto l'amore nato tra di loro si sia deteriorato.

Ma oltre a questi anche altri film si sono guadagnati recensioni molto positive.
Vediamone alcuni, cominciando da Four Lions, un film probabilmente destinato a suscitare molte polemiche. La storia mette in scena infatti il tentativo di preparare un attentato da parte di quattro estremisti islamici, sul suolo di Inghilterra.
Debutto cinematografico di Chris Morris, personaggio particolarmente noto nel Regno Unito per i suoi show televisivi più che controversi, il film è stato descritto usando il termine “umorismo nero” dai commentatori e “tragicomico” dal suo stesso autore. In effetti si tratta di una commedia che racconta il tentativo di realizzare un'azione estremamente seria portato avanti però con poca perizia e maldestramente, generando così abbondanti risate.
Il messaggio dell'autore, che ha studiato a fondo la comunità musulmana inglese prima di realizzare il film, è molto semplice: i terroristi sono persone e in quanto tali a volte possono anche risultare divertenti.

Già passato in Italia come film di apertura dell'edizione 2009 del Torino Film Festival, Nowhere Boy racconta invece gli anni giovanili di John Lennon nella Liverpool degli anni '50. Tratto dal libro Imagine: Growing Up with My Brother John Lennon, il film è l'opera prima dell'artista Sam Taylor-Wood e vede a fianco del protagonista Aaron Johnson le attrici Kristin Scott Thomas nel ruolo della zia e Anne-Marie Duff in quello della madre di Lennon.

Molto interessante è anche The kids are alright, una storia ambientata nella Los Angeles contemporanea che mescola umorismo e realtà. Julianne Moore e Annette Bening sono una coppia lesbica con due figli adolescenti, interpretati da Mia Wasikowska (già vista in In Treatment e prossimamente nell'Alice di Burton) e Josh Hutcherson.
La voglia del fratello minore di conoscere l'identità del padre, porta la famiglia a venire in contatto con il donatore di sperma dal quale sono nati i due figli.
Paul, interpretato da Mark Ruffalo, entrerà così in scena trovandosi man mano sempre più coinvolto nella vita di questa famiglia, afflitta dai classici problemi nel rapporto genitori-figli.

Arriviamo poi a Catfish, un film a budget ridottissimo diretto da Henry Joost e Ariel Schulman. La storia è quella di un fotografo 24enne di New York che si metterà in viaggio per il Michigan per risolvere un mistero nato da una relazione sul social network MySpace.

Cyrus, scritto e diretto dai fratelli Duplass, è invece la storia di due single che iniziano una relazione: lui è solo già da un po' dopo aver divorziato dalla sua prima moglie e non riesce a credere di aver trovato una compagna tanto perfetta. I problemi inizieranno a causa della gelosia del ventunenne figlio di lei che tenterà di sabotare il loro rapporto.

La filosofia che ha guidato questa edizione del Sundance è stata quella di un ritorno alle origini, all'idea di uno spazio che, tenendosi alla larga dalle star e dalle grandi produzioni, potesse promuovere film realizzati a basso budget da registi emergenti, alla ricerca di una distribuzione. Il Festival si è però anche aggiornato, dando il via ad alcune nuove iniziative volte ad ampliare la visibilità dei titoli presentati a Park City.
Infatti, oltre al Sundance Channel, sito web dal quale è possibile seguire la manifestazione attraverso interviste e servizi vari, è nata anche Sundance Selects.
Inaugurata lo scorso agosto, questa è un'etichetta cinematografica che si occuperà di distribuire titoli indipendenti attraverso i canali del video on-demand e sarà disponibile sui maggiori sistemi di tv via cavo statunitensi.
L'altra iniziativa di rilievo è stato il lancio del servizio di noleggio online di YouTube, di cui già si vociferava l'anno scorso, proprio in occasione del Sundance. Per cominciare, sono stati resi disponibili 5 titoli scelti dall'edizione di quest'anno e da quella passata, ognuno al prezzo di 3.99 dollari: The Cove, Bass Ackwards, One Too Many Mornings, Homewrecker e Children of Invention.

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Febbraio 2010





Tra le nuvole
di Jason Reitman

La cosa più difficile è scrivere di un film quando la sua visione non ha suscitato nessuna riflessione; non è certo questo il caso di Tra le nuvole (titolo originale, Up in the air). Al contrario, l'ultimo film del regista di Juno dietro l'apparenza di un tono leggero dispone per noi una lunga serie di temi sui quali riflettere. Senza grandi drammi o accenti melodrammatici ma con uno sviluppo sottile, sottotono, leggero, proprio come se fossimo sospesi nell'aria.
Il punto di vista più frequente del film è proprio la visione dall'alto: sono queste immagini aeree del paesaggio americano ad introdurci alle numerose città toccate dal continuo peregrinare del protagonista, interpretato da un ottimo George Clooney. Ryan Bingham si occupa di licenziare i dipendenti di altre società e viene assunto da datori di lavoro che non hanno il coraggio di fare questo “sporco” lavoro per conto proprio.
Mandano allora lui e i suoi colleghi a dare la triste notizia in maniera da provocare meno conseguenze possibili. La vita di Ryan si risolve così in un viaggio continuo, tra aerei, hotel e auto a noleggio; la sua filosofia è viaggiare leggero e non avere legami; il suo sogno è accumulare dieci milioni di miglia sulla sua tessera frequent flyer per ottenere uno status raggiunto da pochissimi altri.
Il protagonista si occupa anche di divulgare questa sua filosofia tenendo conferenze in giro per gli USA in una serie di anonime sale congressi: usando la metafora di uno zaino sulle spalle, mostra alle persone quanto sono appesantite nella vita di tutti i giorni da ciò che possiedono in termini di oggetti ma anche di relazioni sociali.
All'insegna del più brutale individualismo, il suo zaino sembra dunque essere completamente vuoto, visto che il suo movimento continuo gli permette di stringere nient'altro che rapporti transitori. Del resto anche il suo lavoro consiste in fondo nello sciogliere dei legami, a volte anche molto consolidati ed è un'arte che Ryan ha ormai perfezionato con orgoglio, grazie alla quale i malcapitati trovano di fronte a loro un muro di gomma sul quale sfogarsi ma anche qualcuno che li illumina sulle nuove “esaltanti” possibilità che un cambiamento potrebbe aprire per loro.
Uno dei temi centrali del film, quello della disoccupazione e della ricerca del lavoro è dunque di bruciante attualità, tanto per il panorama statunitense che per quello di casa nostra, accomunati in questo momento storico da problemi simili. Ma ad un livello più profondo il tema del lavoro è soprattutto quello della stabilità, di quelle architetture di relazioni che le persone costruiscono per dare un senso alla loro esistenza.
Lungo il film ci si chiede per l'appunto che senso abbia cercare di creare dei legami permanenti come il matrimonio, la famiglia, se poi comunque tutti finiamo per essere soli nel nostro destino. Grazie all'ottima caratteristica del film di usare coppie di situazioni opposte e ribaltare continuamente il punto di vista sulle cose, sarà proprio Ryan, sostenitore incallito di una vita libera da ogni legame, a dover tentare di convincere il futuro sposo della sorella che vale la pena sposarsi.
Ryan affronta questo compito ingrato in modo allo stesso tempi sincero e cinico: dice infatti al futuro cognato in preda all'ansia che in effetti non c'è chissà quale significato nel mettere su famiglia, a parte la semplice constatazione che la vita è migliore se trascorsa in compagnia.
Un'altra opposizione del film risiede proprio nella natura del lavoro del protagonista, che prospera quando per gli altri le cose vanno male, così come nella realtà è negli eventi eccezionali che alcune determinate categorie trovano la loro ragione di esistenza.
Inoltre, così come lui sconvolge su due piedi l'esistenza di persone che non ha mai visto prima, lo stesso accadrà per il suo lavoro quando una giovane neo dipendente dalla sua società ipotizzerà di gestire i licenziamenti per via telematica, rendendo superflui i suoi viaggi continui.
Proprio qui ci si rende conto di come anche il suo essere sempre in viaggio, la sua continua non-stabilità, la sua vita vissuta in quei non-luoghi che sono aeroporti e alberghi, apparentemente del tutto libera se contrapposta alle nostre normali esistenze piene di radici, sia poi alla fine anch'essa una strana forma di stabilità che può essere messa in crisi. Come dire che, se agli altri manca il terreno sotto i piedi quando lui li licenzia, anche a Ryan che passa la maggior parte della sua vita sugli aerei, in questo caso mancano in un certo senso le nuvole da sotto i piedi.
È a questo punto che il film dimostra la sua maturità, perché quando la filosofia perfetta di Ryan entra in crisi e lui si decide a far entrare finalmente qualcosa nel suo zaino, riceverà una grossa delusione, rendendosi conto che il gioco delle relazioni dal quale per tanto tempo si è tenuto alla larga, richiede una continua e faticosa negoziazione con gli altri, un impegno prolungato. Quella vita condotta tra un mare di sconosciuti, all'interno dei non-luoghi della società contemporanea, era vera quanto la sagoma di cartone che Ryan porta con sé; come dire che l'idea di una libertà totale dai legami non può essere altro che un'illusione, una facciata di cartone.
Il film evita dunque di scadere in un banalissimo lieto fine facendoci invece capire che qualcosa si è rotto in Ryan: alla fine della storia ci rendiamo conto che per lui le cose non potranno più essere le stesse di prima.
Proprio nel momento in cui ha ottenuto ciò che desiderava, si è accorto che non era più così importante per lui.
Allo spettatore resta la speranza che magari, dopo la fine del film, Ryan si sia deciso a licenziare se stesso.

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Gennaio 2010





Effetto Avatar, ovvero tutto quello che ruota attorno al cinema

L'ultima fatica di James Cameron è molto più di un semplice film
Letture politiche e religiose, novità tecnologiche, curiosità ed effetti sull'industria del cinema.

A dimostrazione di come il cinema non sia una semplice forma di intrattenimento ma un prodotto culturale dalle molteplici implicazioni sociali, il film evento di questo inizio anno ha scatenato attorno a sé un vero e proprio dibattito: l'effetto Avatar.
L'ultimo lungometraggio di James Cameron è uscito in Italia a metà Gennaio, mentre negli USA è stato il film di Natale ed è soprattutto oltreoceano che critici e blogger ne hanno sviscerato ogni possibile lettura e punto di vista. Parliamo di film evento non soltanto per la promozione che lo ha sostenuto e l'attesa da cui è stato anticipato ma anche per l'enorme successo ottenuto.
Se durante i mesi della sua lunga produzione si era parlato di costi lievitati alle stelle e la preoccupazione principale degli studios era quella di riuscire a recuperare i soldi spesi, Avatar ha sorpreso tutti, superando la cifra di 1 miliardo di dollari dopo appena 17 giorni dall'uscita nelle sale americane.
Nel resto del mondo il successo non è stato da meno e così Avatar è riuscito a battere il record detenuto per ben 12 anni da Titanic, conquistando il primo posto nella classifica degli incassi mondiali di tutti i tempi. Il totale degli incassi delle due creature del regista James Cameron supera ampiamente i 3 miliardi di dollari.
Di recente Avatar si è anche aggiudicato i premi come Miglior Film e Migliore Regia ai Golden Globe ed è altamente probabile che lo vedremo protagonista anche alla prossima notte degli Oscar.

Vediamo dunque le reazioni scatenate dal film, partendo dal fronte esplorato in maniera più massiccia: le implicazioni politiche di Avatar.
Se praticamente unanime è stata la lettura del riferimento al colonialismo dell'uomo bianco di tutte le epoche e i continenti, al suo senso di colpa e al suo tentativo di assumere il controllo di un'altra razza diventando uno di loro, molti hanno anche letto in Avatar riferimenti alla politica contemporanea.
Definito un film di propaganda anti-americana, Avatar è stato messo in relazione con la guerra in Iraq, Afghanistan, ma anche con quella del Vietnam. Nonostante il film ci dica (piuttosto en passant, a dire il vero) che i soldati su Pandora sono degli ex marines, ora diventati mercenari, c'è chi ha chiesto a Cameron delle scuse all'esercito americano, dato che i suoi componenti sono stati dipinti come degli “assassini a sangue freddo”.
Lo shock maggiore per gli USA è stato prendere atto dell'esultanza degli spettatori americani, nello scontro tra i Na'Vi e i soldati, quando i primi prendono il sopravvento sui soldati terrestri. Le dichiarazioni di Cameron non hanno smentito queste letture, suggerendo l'intenzione del regista di far sperimentare agli spettatori il punto di vista di chi viene attaccato in casa propria.
Si è arrivati a dire che il film ha messo il pubblico nei panni dei terroristi, ricreando anche un equivalente degli eventi dell'11 Settembre ma al contrario: stavolta sono gli americani ad abbattere un simbolo di enorme importanza per gli abitanti di Pandora.
Politico è anche il tentativo del governo cinese di sottrarre Avatar dalle sale del paese, limitandolo alle poche attrezzate per il 3D. Oltre alla motivazione economica (evitare più possibile la concorrenza alle pellicole patriottiche prodotte in casa) c'è anche la preoccupazione per i temi trattati nel film, troppo facilmente ricollegabili alla situazione reale delle minoranze etniche in Cina.

Ci sono poi letture più generali della filosofia proposta dal film, attraverso la cultura di rispetto e fusione con la natura dei Na'Vi. Il messagio di Avatar è stato letto come anti-capitalista ma anche pagano e anti-umano, visto che gli uomini sono in maggioranza avidi e senza cuore. Sul fronte religioso anche in Italia non sono mancate le critiche, in particolare provenienti dalla stampa cattolica, per il senso mistico dato al contatto con la natura, letto come un nuovo paganesimo.
Tra le tante critiche, una proveniente dall'associazione americana Smoke free movies è quella contro le troppe sigarette fumate dalla dottoressa Grace Augustine.
La stampa italiana ha affrontato anche la contraddizione tra il messaggio anti-capitalista e la natura di Avatar di essere un blockbuster che sta facendo guadagnare milioni di dollari a chi l'ha prodotto, sottolineando l'ingenuità di chi pensa che potrà davvero modificare le opinioni della gente. L'aspetto contraddittorio di come una tale critica alla filosofia degli USA sia piaciuta tanto in patria è ben inquadrato in questo articolo.

Oltre alle reazioni di critici e pubblico sono da registrare anche quelle del mondo del cinema, in particolare dei registi di Hollywood: la maggioranza di loro, compreso Steven Spielberg, si sono detti entusiasti, soprattutto per le possibilità aperte per il loro lavoro da Avatar.
Un altro aspetto importante del film di Cameron è infatti quello tecnologico: per la sua realizzazione sono stati sviluppati nuovi metodi di ripresa che hanno stravolto il mondo della Computer Generated Image (per approfondire, ecco un ottimo dietro le quinte).
Certo, parlare di rivoluzione del cinema intero è probabilmente eccessivo; non è plausibile l'idea che d'ora in poi tutti i film utilizzeranno il 3D.
I registi continueranno ad usare gli stessi strumenti drammaturgici, narrativi ed estetici del resto della storia del cinema e ad inventarne di nuovi. Di certo però questo film ha aperto delle potenzialità che per alcuni tipi di racconti potranno davvero fare la differenza. La condizione discriminante starà nell'uso di questa tecnologia per un motivo valido, una ragione che abbia a che fare con il messaggio da trasmettere.
A questo proposito un'ulteriore lettura di Avatar vede in questo film l'uso dell'immersività della tecnologia 3D come fortemente connessa ai temi della storia raccontata, in particolare con la necessità morale di vedere e dunque comprendere gli altri con pienezza.
Di certo Avatar è stato quel segnale che l'industria del cinema, molto interessata all'affare del 3D, aspettava da tempo. Un film-evento che potesse fare da traino alla diffusione dei sistemi di proiezione nelle sale e ad un futuro sistema di home video.
Visti i risultati ottenuti al botteghino, che siano essi dovuti o meno al fattore del 3D, è probabile che l'industria continuerà d'ora in poi a percorrere questa strada.

Altri articoli online hanno approfondito poi aspetti più curiosi legati al film: uno di questi confronta la struttura drammaturgica di Avatar con quella di Guerre Stellari mostrando la parentela di entrambe (anche se con esiti differenti) con le teorie di Joseph Campbell, studioso di mitologia, religione e psicologia che ha approfondito il tema della presenza di archetipi ricorrenti fra miti di culture diverse.
C'è poi un resoconto che esplora quanto lontano è sulla Terra quello che di fantascientifico abbiamo visto nel film: dai veicoli utilizzati dai soldati per combattere, alla possibilità di trovare la vita sul sistema Alpha Centauri, alle navicelle utilizzate dai terrestri per raggiungerlo, fino al controllo di un corpo esterno al nostro attraverso il potere della mente.

E adesso che abbiamo visto Avatar che cosa ci aspetta? Intanto, prima ancora dell'uscita in Italia era già online la conferma che il regista avrebbe lavorato ad un seguito del film, forse sviluppato addirittura in una trilogia.
Ma i progetti di Cameron non si fermano qui e oltre ai sequel cinematografici ci sono una serie di altri prodotti che espanderanno Avatar alla dimensione di un vero universo.
Per adesso si parla, in linea teorica, di fumetti, di un romanzo e di una sorta di Enciclopedia (Pandorapedia) che, al pari di quella di Star Wars, conterrà tutti i dettagli del mondo immaginato da Cameron (un primo abbozzo schematico è già comparso online).

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Gennaio 2010





Avatar
di James Cameron

Il nuovo film di James Cameron, arrivato nelle sale dopo una lunga e dispendiosa produzione, ci porta su un pianeta chiamato Pandora. Qui gli uomini del futuro hanno costruito il loro insediamento: una grigia, fredda, ipertecnologica base piena di soldati, armi e qualche scienziato.
L'interesse che li muove è, ovviamente, economico e si scontra, com'era inevitabile, tanto con il benessere del pianeta quanto con quello dei suoi abitanti originari, i Na'Vi. Mentre una scienziata cerca di conoscere e capire questo popolo, chi dirige le operazioni freme per poter mettere le mani sulle ricchezze del sottosuolo di Pandora e tiene in caldo truppe, missili e bombe sapendo che la forza è sempre più convincente della diplomazia.
Ad infiltrarsi tra i Na'Vi sarà Jake, un ex marine costretto su una sedia a rotelle, appena arrivato su Pandora; partito con la missione di scoprire i punti deboli di questo popolo, finirà per innamorarsi del loro modo di vivere.

Già da questo quadro sommario risulta piuttosto chiaro come la trama di Avatar sia una storia vecchia quanto la presunzione dell'uomo (bianco) di poter conquistare e ottenere tutto ciò che vuole. Si tratta di una storia che abbiamo già visto e letto numerose volte, quella dell'incontro con una cultura differente dalla propria, giudicata in principio superficialmente, dall'esterno, ma che si finisce poi per difendere.
Insomma, come è già stato fatto notare, nient'altro che la trama di Pocahontas.
Eppure, Avatar è un grande film. Anche se è chiaro come il sole chi sono i buoni e i cattivi, cosa sta per succedere e chi vincerà alla fine, questo film di più di due ore e mezza scorre senza noia né cali. L'ingranaggio narrativo, pur se non straordinariamente originale, cattura a dovere lo spettatore e lo immerge in un mondo di immagini che sono il suo aspetto più esaltante. Avatar infatti ci porta in un mondo che non avevamo mai visto.
Non solo ci fa tuffare con grande realismo in uno spettacolo naturale di cascate e foreste che forse esiste ancora in qualche parte incontaminata della Terra, ma fa di più.
Con grande potenza immaginativa crea una miriade di dettagli per descrivere un universo in cui uomo e natura vivono davvero in simbiosi. Le forme e i colori di animali, fiori e piante e degli stessi Na'Vi sorprendono ad ogni passo.
Grazie all'ausilio della proiezione in 3D proprio queste scene di una potente e straordinaria natura incontaminata conquistano lo spettatore, non facendo rimpiangere la scelta di pagare un biglietto più salato del solito.
Nella filosofia dei Na'Vi, esseri che vivono rispettando tutte le creature perché parti di un'unica rete di energia vitale, vengono mescolati valori ecologisti e concezioni orientali, creando un mix affascinante.
Alcuni temi del film non sono nuovi nel panorama cinematografico: l'idea di un collegamento organico, simile a quello ottenuto attraverso la treccia di capelli dei Na'vi, è la porta biologica usata in Existenz di Cronenberg. In quel film i personaggi guidavano con la loro mente dei corpi virtuali, così come succede in Matrix.
Anche in Avatar accade qualcosa del genere ma si va oltre, perché il protagonista con la sua mente controlla non un'immagine di sé, bensì un altro essere vivente, metà umano e metà Na'Vi, attraverso il quale recupera le capacità motorie ormai negate al suo corpo terrestre. Dotato di questo nuovo fisico e di fronte alla bellezza di un sogno di mistica fusione con la natura, come potrebbe il protagonista non preferire quel mondo al nostro?

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Gennaio 2010





Azione, spettacolo e ironia: l'investigatore di Baker Street come non l'avete mai visto
Robert Downey Jr. e Jude Law ci regalano un ottimo Sherlock Holmes

Niente cappello e mantellina a quadretti.
La pipa si, quella c'è e gli resta in mano perfino dopo che si è lanciato da una vetrata giù nel Tamigi. Lo spettatore che abbia familiarità con la celebre figura nata dalla penna di Arthur Conan Doyle rimarrà probabilmente sorpreso da questo film, ma non deluso.
Non c'è dubbio infatti che la pellicola di Guy Ritchie, basandosi sul fumetto appositamente scritto dal produttore del film Lionel Wigram, nasca con l'intenzione di reinterpretare il personaggio di Sherlock Holmes.
Gli stessi artefici del progetto hanno dichiarato la volontà di fare piazza pulita dell'immagine stereotipata dell'arguto investigatore, costruita negli anni attraverso varie versioni televisive e cinematografiche, ripartendo dai romanzi originali per costruire però stavolta un personaggio maggiormente votato all'azione.
E così è stato: la figura tutta deduzione, pipa e lavoro mentale diventa un investigatore ironico e affascinante che oltre al cervello usa spesso anche i muscoli.
Uno Sherlock Holmes d'azione dunque, ma che mantiene la sua riconoscibilità, evitando di cadere in un ulteriore stereotipo: quello di figure genere 007 o Mission Impossible.
Questo Sherlock costruisce ancora le sue micidiali catene deduttive e vive chiuso nel caos del suo appartamento per scuotersi solo di fronte ad un caso da risolvere ma fa anche a pugni in un'arena di scommesse, riuscendo perfino in questa situazione a trarre vantaggio dalla sua intelligenza. Questo Sherlock, dall'aspetto spesso trasandato, si rivela un uomo di classe quando il momento lo richiede, lavora a curiosi esperimenti nei suoi momenti liberi e costruisce un rapporto di collaborazione e complicità col suo aiutante Watson, mostrando un po' di gelosia quando lui si appresta a lasciare il 221B di Baker Street per sposarsi.
Si potrebbe dire insomma che, affrontando il sempre spinoso problema di trasportare un concept da un medium all'altro, il team del film abbia centrato l'obbiettivo di costruire una versione innovativa e pienamente cinematografica pur senza tradire il personaggio originale. I mezzi del cinema sono in effetti sfruttati appieno, soprattutto attraverso le scene d'azione e uno spettacolare ritmo di montaggio che, assieme all'intervento della musica, crea sequenze quasi vicine ad un'estetica da videoclip.
Che il ritmo sia coinvolgente lo capiamo del resto fin da subito: il film ci trasporta immediatamente nel vivo dell'azione, assieme a Sherlock e a Watson per le strade di Londra, mentre tentano di sventare un sacrificio umano.
Conosciamo dunque subito anche il cattivo di turno, l'inquietante Lord Blackwood che sfida la ferrea logica di Holmes addirittura con la magia nera.
Assieme al fidato Watson, anche lui molto più aitante e attivo rispetto a come l'immaginario comune lo ha sempre dipinto, Sherlock dovrà indagare su alcuni omicidi compiuti da Lord Blackwood, ancora (incredibilmente) attivo e in circolazione anche dopo la sua pubblica impiccagione.
Tra magia nera e giochi di potere, a Sherlock Holmes sarà richiesto di sventare una vera e propria congiura contro l'Inghilterra. Se l'interpretazione di Robert Downey Jr. risulta perfetta nel costruire questa figura fuori dagli schemi, ironica quanto perspicace, l'intesa tra i due attori non potrebbe essere migliore creando sullo schermo una coppia complice e affiatata.
Un altro aspetto di grande efficacia nel film è l'ambientazione: la Londra di fine '800 non è una semplice scenografia bensì un tessuto vivo e pulsante. La città dialoga così con la storia e il film la sfrutta pienamente, dosando al meglio ambienti interni ed esterni.

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Gennaio 2010





Il meglio del cinema del 2009
Per raccontarlo, classifiche di ogni genere e montaggi video sul web

Fine dell'anno significa, come sempre, tempo di bilanci, ricapitolazioni e dunque anche classifiche di tutti i generi. Il mondo del cinema non fa eccezione ed ecco allora fiorire, soprattutto sul web, come ogni anno, moltissime liste dei film più apprezzati del 2009. E siccome siamo anche vicini a terminare i primi 10 anni a partire dal 2000, ecco spuntare in aggiunta anche le prime classifiche dei migliori film dell'ultimo decennio.
Cominciamo dai pareri degli utenti: la classifica di FlickChart.com decreta i migliori 20 film degli ultimi dieci anni. A farla da padrone sono i titoli fantastici: The Dark Knight conquista il podio, seguito dal primo capitolo de Il Signore degli Anelli, terzo Batman Begins subito prima del resto della saga di Tolkien.
Ci sono poi i 25 migliori film del decennio secondo il voto degli utenti dell'Internet Movie Database. Nei primi 10 posti troviamo, di nuovo, l'intera trilogia di Tolkien e The Dark Knight al primo posto. Terzo classificato City of God, quinto il recentissimo Avatar seguito da Memento; ottavo Wall-E subito prima di Amélie e The Departed.
Slashfilm sottolinea come siano ben quattro i film di Christopher Nolan in questa classifica e due quelli della Pixar: oltre a Wall-E troviamo infatti Up al diciassettesimo posto.
Sempre sul fronte degli utenti, c'è poi una classifica che non prende in considerazioni il semplice voto bensì le recensioni espresse sul web. Ecco allora la top twenty di Rotten Tomatoes dove al primo posto troviamo Man On Wire, seguito da Up e The Wrestler.
Il quarto posto se lo aggiudica Alla ricerca di Nemo mentre il quinto è di The Hurt Locker.

Ma oltre agli utenti anche i critici, coloro che per lavoro e per passione vedono ogni anno centinaia di film, a dare dei pareri che possono risultare preziosi perchè suggeriscono di recuperare film che potremmo aver perso.
Il famoso critico statunitense Roger Ebert compila addirittura due liste, una per il cinema commerciale e una per quello indipendente, senza specificare le posizioni da uno a dieci, fornendoci così in totale ben venti suggerimenti di film da vedere.
Tra gli altri, troviamo The Hurt Locker, Inglourious Basterds, A Serious Man, Up in the Air e Goodbye, Solo.
Tra le opinioni degli addetti ai lavori non troviamo solo critici ma anche registi: The Hollywood Reporter pubblica infatti la top 8 di Quentin Tarantino che vede al primo posto Star Trek, seguito da Drag Me To Hell e Funny People.
Particolarmente interessante è la Black List, un elenco delle migliori sceneggiature circolate durante l'anno a Hollywood ma non ancora prodotte. Nata solo pochi anni fa, ormai anche questa lista è diventata un appuntamento fisso di fine anno che permette di conoscere le idee che forse vedranno la luce nei prossimi mesi.

Può essere considerata una sorta di top ten ufficiale anche la lista dei titoli in gara per il premio come Miglior Film dell'Anno assegnato dall'American Film Institute.
In questo caso è stata una giuria a scegliere le nomination, un totale di dieci titoli tra cui troviamo Coraline, The Hurt Locker, A Serious Man, Up e Up In The Air.

Alcune classifiche poi sono più curiose di altre, segnando anche il passo dei tempi che cambiano. Per esempio quella che forse potrebbe ormai sostituire la classifica dei DVD più venduti, è la top ten dei film più piratati, pubblicata da Chartsbin.com.
Al primo posto troviamo in questo caso Star Trek seguito da Transformers: Revenge of the Fallen poi Rocknrolla, The Hangover e Twilight.

Un modo alternativo di ricapitolare l'anno appena passato, cinematograficamente parlando, sono poi i video che montano piccoli spezzoni di moltissimi film diversi creando un riassunto che diventa in qualche modo anche un film a sé. Iniziato nel 2007, anche questo è ormai un appuntamento fisso della fine dell'anno.
Ecco allora Cinema 2009,
2009: At The Movies,
2009: The Cinescape,
2009 Movie Trailer Mash-Up.
Buona visione!

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Gennaio 2010